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«La musica classica? È viva ma deve essere spiegata»

Giovanni Bietti è considerato uno dei migliori divulgatori musicali italiani. Sarà venerdì 2 marzo in San Filippo, sabato 3 marzo all’Ospitale, domenica 4 marzo nella Sala degli Specchi 

REGGIO EMILIA. Nel curriculum, Giovanni Bietti viene definito uno dei migliori divulgatori musicali italiani. Mai la parola “divulgatore”, nel significato che dà il vocabolario, cioè di “chi presenta in modo comprensibile a tutti argomenti specialistici”, è azzeccata per definire il lavoro che svolge in un modo del tutto particolare.

Con una voce chiara, quasi impostata, il suo spiegare la musica che avviene in compagnia del pianoforte o di musicisti che eseguono i brani che illustra, non corrisponde a una semplificazione ma alla luce di un’analisi che si addentra spesso e volentieri nella parte più tecnica della scrittura musicale, oltre a risultare comprensibilissimo, fa in modo che l’ascoltatore riesca ad allargare inaspettatamente gli orizzonti.

Per questa sua peculiarità, viene inviato dai più importanti Enti Lirici e Teatri di Tradizione, dalle associazioni concertistiche oltre a essere una delle più note voci radiofoniche delle “Lezioni di musica” (seguitissima trasmissione di Rai-Radio3).

Bietti sarà a Reggio Emilia nel week end per due incontri organizzati dagli Amici del Quartetto “Guido Borciani” e inoltre , invitato da I Teatri, sarà a “Finalmente Domenica” il 4 marzo nella Sala degli Specchi. Venerdì per il ciclo “Musica da camera con vista” alle 21 nella chiesa di San Filippo, in città, effettuerà una lezione/concerto insieme al Quartetto Guadagnini, mentre sabato alle 18 sarà a Rubiera, alla sala teatrale dell’Ospitale, per presentare il suo ultimo libro “Lo spartito del mondo”- breve storia del dialogo tra culture in musica (Laterza).

Quando ha iniziato la sua opera di divulgatore?

«I miei titoli di studio sono quelli di pianista, compositore e musicologo: riguardano tutti e tre gli aspetti dell’approfondimento di una creazione. Il che mi ha aiutato a costruire strumenti analitici ben precisi rispetto ai contenuti dello spartito musicale che poi in sede di spiegazione inserisco in una cornice storica ma non solo. Ho cominciato la mia opera di divulgatore diversi anni fa, a seguito di un concerto in un liceo di Roma di fronte a 400 alunni. Suonavo un trio di Brahms, quando ho visto che gli studenti erano distratti: impossibile catturare la loro attenzione. Allora, ho preso il microfono per spiegare il secondo movimento e l’atmosfera è cambiata. Mi sono detto: è inutile andare avanti facendo finta che i contenuti arrivino e passino. La spiegazione sta nel fatto che di questi tempi la musica viene solo ascoltata, invece una volta veniva suonata, si aveva dimestichezza con lo spartito, la gente cantava e suonava anche con la chitarra».

Esiste quindi per la musica classica un problema di comprensione.

«Certo, un gap che bisogna colmare. La musica classica non è morta, ha bisogno di essere spiegata invece, perché risulta complessa e occorre rendere chiari i contenuti».

Qual è il senso della divulgazione musicale?

«Il mio mestiere ha come obiettivo condurre le persone dall’emozione alla conoscenza, andando dalla cosa immediata alla comprensione di ciò che c’è dietro, di quello che il compositore vuole comunicare, in quanto un pezzo è la metafora del mondo che l’autore cerca di capire e di condividere attraverso i suoni. Quando spiego la musica mi preoccupo per prima cosa di strutturare quello che dico su livelli paralleli, in modo che una persona si porti a casa qualcosa, sia chi non ha ma sentito il pezzo, sia il musicista colto: anche lui deve scoprire qualcosa. La musica è piena di segreti meravigliosi».

Di cosa parla nel suo ultimo libro “Lo spartito del mondo”?

«Attraverso 500 anni di storia riflette sulla multiculturalità della musica - da Orlando di Lasso a Peter Gabriel - ponendo l’attenzione al recupero dell’aspetto etico per il quale il musicista è chiamato riprendere a parlare al mondo e ad affrontarne le contraddizioni. Alcuni di loro in passato l’hanno fatto, risolvendo il problema delle differenze».

Un esempio?

«Alla fine del ‘600 Muffat si spostava tra la Germania e l’Italia cercando nuova musica e alla fine, in un periodo in cui l’Europa era dilaniata da guerre continue, pubblicò una serie di danze sul cui frontespizio si legge “normalmente i sovrani fanno la guerra io voglio fare la pace attraverso la musica”. Poi pensiamo al messaggio racchiuso nella Nona Sinfonia Beethoven o a Bartók che riteneva possibile l’affratellamento dei popoli attraverso la musica».

Di cosa parlerà a Finalmente Domenica?

«Illustro i tre brani che eseguirà il pianista Arcadi Volos nel concerto del 9 marzo che appartengono a momenti differenti della carriera dei compositori: la Sonata in si bemolle maggiore D 960 è uno degli ultimi pezzi di Schubert; Papillons op. 2 di Schumann invece è tra i primissimi mentre gli 8 Klavierstücke op. 76 sono al centro dell’attività creativa di Brahms. Dimostrerò

che gli autori parlano l’uno con l’altro: è curioso che Brahms parli a Schubert a Schumann e che, a volte, Schubert e Schumann interroghino Brahms. Sono convinto che gli artisti comunichino e non dal passato al futuro ma anche dal futuro al passato».


 

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