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Verità, coraggio e furbizia nel Trittico di Puccini firmato da Cristina Pezzoli

L'opera al teatro Valli domenica 25 febbraio e martedì 27 febbraio 

REGGIO EMILIA. Quasi cent’anni fa, il 14 dicembre 1918, al Metropolitan di New York andava in scena Il Trittico, ovvero Il Tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi, oper composte da Giacomo Puccini e che lui stesso voleva fossero rappresentate insieme. Per ricordare l’anniversario, la Fondazione I Teatri ha scelto un allestimento di gran pregio, realizzato dal Comunale di Modena dieci anni fa e firmato da Cristina Pezzoli, regista da anni sulla breccia impegnata per lo più sulla prosa; tra i numerosi suoi spettacoli ricordiamo il recente Calendar girls con Angela Finocchiaro. Il Trittico va in scena al Valli domenica 25 febbraio ore 15.30 (abbonati secondo turno) e martedì 27 febbraio ore 20 (abbonati primo turno). Nel cast: il baritono Ambrogio Maestri (Michele nel Tabarro e il protagonista in Gianni Schicchi), il mezzosoprano Anna Maria Chiuri (Frugola nel Tabarro, Zia Principessa in Suor Angelica e Zita in Gianni Schicchi) e il soprano Svetlana Kasyan (Giorgetta nel Tabarro e il ruolo del titolo in Suor Angelica); l’Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna ed il Coro del Comunale di Modena, diretti da Aldo Sisillo.

«Portare in scena Il Trittico – spiega la Pezzoli che in teatro ha cominciato lavorando con Sergio Fantoni – costituisce una bella sfida per registi, masse e cantanti, ed esige un profondo impegno anche dal punto di vista attoriale dovendo rendere in pieno le peculiarità dei personaggi. Come è noto, Puccini utilizzò tre soggetti diversi dal punto di vista drammatico per i quali creò una veste sonora profondamente differente».

Che cosa li accomuna?

«Senza dubbio al centro di tutte e tre le opere c’è il tema della morte: la violenza collegata al tema passionale nel Tabarro, la pietà in contrasto con il moralismo religioso per Suor Angelica e la pura comicità Gianni Schicchi, l’unica opera di buffa di Puccini».

Quando ha cominciato il lavoro, da che cosa è stata subito colpita?

«Dal Tabarro. L’aria di Luigi (amante di Giorgetta) sorprende perché allude al sottoproletariato e a una sorta di lotta di classe in anticipo rispetto alla Rivoluzione Russa. Poi amo moltissimo la figura di Michele, il marito di Giorgetta, che alla fine ne uccide l’amante. Stupendo e toccante il duetto con la moglie nel corso del quale si parla della morte del bambino: succede dopo 40 minuti e da quello scambio si capisce la crisi profonda che ha colpito la coppia. Mi colpisce la descrizione molto reale del personaggio che tenta di mettere insieme i cocci della sua storia di coppia ma che, quando ne comprende l’impossibilità, uccide».

Il Tabarro come è stato interpretato dal punto di vista visivo?

«Lo scenografo Giacomo Andrico, pensando a un lungo barcone sotto un tunnel in uno spazio “murato”, fa capire che non c’è speranza per alcuno; le luce giallastre sottolineano il marciume che avvolge tutto e il fatto che il barcone si muova aumenta il senso della precarietà, della fatica che fanno i personaggi a vivere».

E per Suor Angelica qual è stato il lavoro?

«Non è stato facile cogliere l’universo religioso di un convento alla luce del dramma della protagonista, vittima di una violenza psicologica. Nel pensare a come trattare questo soggetto sono stata condizionata dal film “Magdalene”, ambientato in un convento, in cui si tratta il tema della sessuofobia ed emerge l’aspetto più oscuro della religione. Come sappiamo, l’intervento della Madonna salva la protagonista come donna e come madre, e puntualizza che la religione non abbandona gli uomini, non li condanna in maniera inflessibile; per sottolineare questo aspetto faccio “esplodere” suor Angelica dentro il suo abito. Lo scenografo ha pensato al convento come un labirinto, un mondo chiuso senza vie d’uscita».

Oltre ad una scena importante per ogni opera, anche i costumi appaiono molto curati.

«Per i costumi, ideati da Gianluca Falaschi, ci siamo ispirati al mondo favolistico e un po’ grottesco di Tim Burton per Gianni Schicchi; in Suor Angelica, invece, la sobrietà delle suore dalle teste bianche cozza con il ricco abito – e il cappello sormontato da un corvo-avvoltoio – della Zia Principessa. Sottolinea il fatto che quando il concetto di morale diventa moralismo, la mancanza di misericordia ci spinge molto lontano dal messaggio religioso. Per quanto riguarda le scene, al contrario del pensiero minimalista, Andrico ama pensare in tridimensionale, portando delle sculture ben rifinite sul palco, come le modanature delle colonne in Suor Angelica o gli scranni del Gianni Schicchi».

A proposito dello Schicchi, su quale idea ha costruito lo spettacolo?

«Per me, che vengo dalla prosa, lo Schicchi è l’episodio a cui mi sento più vicina. Mi diverte il fatto che l’opera sia molto recitata e appaia, nonostante la figura debordante del protagonista, un’opera corale. Faccio emergere dalla vicenda il gruppo compatto dei parenti – così buffi, orgogliosi, avidi e snob – che si lasciano fregare da Gianni Schicchi, un uomo di una classe sociale inferiore alla loro e con il quale non vorrebbero immischiarsi; penso alla storia come una sorta di Gattopardo comico. Per la scena, invece del solito letto che accoglie Buoso Donati, abbiamo pensato a una tomba-cassaforte ispirata alle architetture fiorentine del ‘400».

Come è stato il periodo di preparazione del Trittico?

«Abbiamo lavorato bene, nonostante il poco tempo e altri impegni che avevano alcuni dei protagonisti; e ci siamo anche divertiti, devo dire. La mia preoccupazione è stata quella di metterli al servizio del testo compatibilmente con certe situazioni di “comodità”

richieste dal canto e dalla musica. E proprio la musica ci invita alla collaborazione generale, all’armonia, pensando anche al fatto che, di questi tempi, il teatro appare come l’ultimo luogo collettivo della società».

©RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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