Quotidiani locali

Antonio Fontanesi e la “poesia del vero” nata a Reggio Emilia

L’artista sarà ricordato con un incontro pubblico Farioli: «In cantiere anche altro, forse una mostra...» 

Antonio Fontanesi non solo nacque a Reggio, ma qui formò il suo gusto e la sua sensibilità, di uomo prima ancora che di artista. Sarebbe stato bello festeggiare il bicentenario della sua nascita con una mostra – la scorsa estate la Galleria Ricci Oddi di Piacenza ha organizzato il percorso “Ottocento svelato, da Fontanesi a Lojacono” – ma domani, 23 febbraio 2018, sarà un incontro pubblico (ore 18 alla Galleria Parmeggiani) a raccontare la straordinarietà di un artista che, volgendo le spalle ai suo contemporanei italiani, si aprì all’Europa anticipando l’inquietudine vibrante nella natura, o meglio l’inquietudine che è negli occhi e nel cuore di chi la natura la guarda.

Fontanesi non è certo una scoperta – per Roberto Longhi l’unico esponente dell’Ottocento italiano a poter reggere il confronto con Corot, Constable e Turner – ma la sua “poesia del vero” non è affare di tutti. Ripetendo l’esperimento già eseguito con Marco Emilio Lepido, abbiamo chiesto agli studenti chi fosse Fontanesi: ed ecco che il maestro è diventato una piazza. «Non conoscevano Marco Emilio Lepido, l’Ariosto per loro era il centro commerciale – commenta Elisabetta Farioli, direttrice dei Musei e relatrice dell’incontro di domani – questo è un problema che va affrontato. A scuola, certo, ma tenere viva la memoria di questi artisti è un obiettivo di tutti».

Una mostra non sarebbe stata più utile?

«L’ultima esposizione su Fontanesi a Reggio risale al 1997, tutto sommato non parliamo di un’eternità fa. E poi stiamo collaborando con Torino e Piacenza, dove si trovano tantissime opere di Fontanesi, per organizzare qualcosa di bello... Diciamo che l’incontro di domani sarà un primo passo, un assaggio».

E allora partiamo. Di cosa parlerà?

«Ripercorrerò le tappe principali della sua carriera. Fontanesi nasce a Reggio nel 1818 e vi resta fino al 1848. In questi anni realizza opere molto importanti tra cui cinque dipinti del Caffè degli svizzeri, che si trovava in piazza Prampolini. Queste opere, patrimonio della Fondazione Manodori, sono importanti perché mostrano quello che aveva potuto assimilare a Reggio, e la critica oggi è concorde nel riconoscere il grande ruolo che gli anni reggiani hanno avuto sulla sua arte».

Fontanesi nasce pittore?

«No, inizialmente lavora come decoratore e scenografo; quando passa alla pittura si porta dietro l’organizzazione dello spazio imparata quando decorava le case e i palazzi. Quasi subito si specializza in paesaggi, differenziandosi in questo dai suoi contemporanei italiani. Essendo un patriota segue Mazzini in Svizzera e lì ha il primo contatto con la cultura europea. Nel 1855 va a Parigi e conosce Corot, Daubigny, Troyon... si confronta con il paesaggio romantico europeo e compie una svolta».

Cioè?

«Mentre la pittura italiana del tempo cercava di rappresentare il vero, pensiamo ai Macchiaioli, Fontanesi va oltre e rappresenta il sentimento che c’è nel vero. Il suo è un passaggio fondamentale nella cultura italiana del periodo, anticipatore di quello che verrà dopo».

Poi c’è la fase torinese...

«Nel 1868 si trasferisce in pianta stabile a Torino, dove è stato chiamato a insegnare all’Accademia. È un periodo più sereno per lui, ha un’occupazione stabile, espone anche in qualche mostra, ma non è soddisfatto. Studi recenti hanno rivelato che molte delle sue tele, già dipinte, sono state completamente ricoperte da una mano di bianco: Fontanesi dipingeva, dipingeva, ma se non era contento cancellava. A un certo punto vince un concorso per andare a insegnare in Giappone e parte. È il 1878, rimarrà nel paese del sol levante per tre anni».

Come mai proprio il Giappone?

«Probabilmente è attratto dal rapporto stretto che le popolazioni orientali hanno con la natura, e in particolare dal sentimento panico di cui la cultura giapponese è pervasa. Per problemi di salute è costretto a tornare in Italia, muore a Torino nel 1882».

Cosa resta di Fontanesi a Reggio Emilia?

«La “Solitudine”, un capolavoro che domani mostreremo alla Galleria Parmeggiani. “Ingresso di un tempio giapponese”, un’opera di grandi dimensioni realizzata durante il soggiorno in terra nipponica, con relativo bozzetto (frutto di una recente donazione). Una serie di disegni, una ventina di acqueforti e un altro bell’olio, “Marina in burrasca”. Ma domani parleremo anche dei monumenti dedicati a Fontanesi: il busto realizzato da Marino Mazzacurati su commissione di Luigi Parmiggiani e la scultura di Bistolfi (realizzata nel 1921), che si trovano entrambi ai Giardini pubblici».

Ma Fontanesi dice ancora qualcosa ai reggiani?

«Spero proprio di sì. Non stiamo parlando di un artista minore, ma di uno dei più importanti di tutto l’Ottocento italiano. A lui si rifà Ottorino Davoli, per dire un nome. Ma anche Omar Galliani ha realizzato un dipinto dedicato a Fontanesi, ora conservato a Torino. E poi è interessante ricordare che, nel 1949, la prima mostra allestita a Reggio dopo la Liberazione fu proprio dedicata a lui».

La riapertura della Galleria Fontanesi potrebbe essere un altro modo per festeggiare il bicentenario della nascita del pittore?

«Purtroppo è un’utopia non realizzabile. Proprio in questi giorni sarà aggiudicato l’appalto per l’assegnazione del restauro del secondo piano del palazzo dei musei, chiuso da qualche mese perché abbiamo dovuto sgomberare e trasferire le opere in un deposito, ma sarà un lavoro lungo. Si tratta di risistemare

le collezioni archeologiche e artistiche in modo più adeguato e moderno, trovando nuovi modi per raccontare il nostro patrimonio. L’obiettivo è quello di legare sempre più le tematiche culturali a quelle della città».

Martina Riccò

©RIPRODUZIONE RISERVATA

TrovaRistorante

a Reggio Emilia Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGI E TESI DI LAUREA

Pubblica il tuo libro