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L’ultima intervista a Gianolio gentiluomo e intellettuale

La conversazione nella sua casa di Rivalta, sulle tracce di Alighiero Tondi Il suo più grande merito: essere stato interprete dell’eredità della Bassa

REGGIO EMILIA. Nella ricerca di informazioni per un saggio sulla vita di Alighiero Tondi, ho incontrato Alfredo Gianolio a casa sua a Rivalta. Era domenica 4 febbraio, dopo dieci giorni Gianolio avrebbe chiuso gli occhi per sempre.

Tondi fu un personaggio controverso: gesuita convertito alla militanza comunista, più tardi confluito nuovamente nel seno della Chiesa cattolica, amico di Gianolio per via della passione per la pittura. L’intellettuale reggiano mi ha ricevuto a casa sua, circondato tra centinaia di libri, con una busta di documenti in mano contenente annotazioni e appunti. Mi ha fatto accomodare e così è iniziata quella che, purtroppo, sarebbe stata la sua ultima intervista. I suoi ricordi erano legati alla lavoro di pittore di Tondi, i cui quadri hanno goduto di una certa fama a Reggio sul finire degli anni ottanta. Gianolio, vigile e curioso, mi ha raccontato del suo rapporto con Tondi, iniziato negli anni sessanta, a casa di un altro pittore naïf, Ivo Spiaggiari, detto Pantaleone. Continua esponendo, con lucida memoria, come Tondi e Pantaleone avessero una particolare sintonia: ritenevano entrambi che con gli eccessi potessero accostarsi meglio alla verità, altrimenti irraggiungibile.

In uno dei suoi lavori più importanti, Vite Sbobinate ed altre vite, che per altro segna la trasformazione di Gianolio da critico a scrittore, viene trattato proprio il lavoro dell’artista naïf Pantaleone.

Al suo occhio attento non era sfuggita una particolarità della pittura di Alighiero Tondi: l’originale uso dei colori assieme ad una personale rivisitazione degli ambienti. Durante i circa cinquanta minuti della nostra conversazione, ho avuto modo di ascoltare aneddoti e particolari davvero straordinari, confermando ancora una volta la sua enciclopedica conoscenza sulla vita artistica reggiana del Novecento. Tondi, per altro, condivideva con Gianolio una cultura sconfinata ed entrambi erano due spiriti liberi. Gianolio mi riferisce di quanto trovasse Tondi particolarmente intelligente ed altrettanto capace di mettersi a livello dell’interlocutore che aveva di fronte. Tuttavia, a differenza dell’intellettuale reggiano, Tondi era marcato da una conflittualità interna molto profonda e che lo portò a compiere scelte controverse anche radicali.

Prima di congedarmi Gianolio mi ha riempito di volumi che lui stesso ha curato, incluso il suo lavoro più importante “Vite sbobinate e altre vite”. Durante il nostro incontro, sono emerse ancora una volta tutte le peculiarità dell’intellettuale reggiano, pacatezza, disponibilità e preparazione senza trascurare il suo consueto stile poetico.

Gianolio non era un maître à penser rumoroso e non aveva paura di sfidare le posizioni a volte dogmatiche del Partito Comunista al quale aveva aderito. Il suo più grande merito è stato l’essere diventato un perfetto interprete dell’eredità culturale della bassa, metabolizzandone la sua storia e le sue tradizioni.

Un gentiluomo, che non si poneva troppi problemi quando era il momento di andare controcorrente, anzi lo faceva con

estrema naturalezza, proprio per questo non era un intellettuale organico al Pci. La sua vita e la sua opera sono stati un grande regalo alla cultura reggiana, contribuendo, sobriamente e a modo suo, a stimolare il dibattito tra le pagine della storia.

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