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Incantati da Preljocaj tra realtà e trascendenza

Grande e meritato successo della coreografia “La fresque” andata in scena sabato sera al Valli 

REGGIO EMILIA. Un capolavoro della danza ma anche uno spettacolo teatrale perfetto, magnifico, in cui il racconto emerge sempre pur perdendosi nello scenario composito di una rappresentazione basata su due aspetti incastrati a meraviglia: quello del reale e quello del sogno, dell’illusione, della trascendenza. Così “La fresque” di Angelin Preljocaj, romantico e inafferrabile, in scena sabato sera con meritato successo al Valli per la stagione di danza, ha incantato. Alla base il racconto cinese, secondo il quale due amici stanchi del viaggio trovano rifugio in un tempio e lì scoprono un vecchio eremita che mostra loro un affresco dove belle donne sembrano danzare. Uno di loro, Chu, si innamora di una di quelle e non resiste. “Entra” nel quadro e qui parte la narrazione parallela poiché il quadro prende vita. La danza concepita da Preljocaj procede a sezioni che giocano su staticità e movimento, incrociando la musica: a volte le note bellissime e composite di Nicolas Godin ripetono uno schema fisso, a volte la musica procede spedita ma è la danza, prima apparsa inafferrabile, a fermarsi regalando immagini statiche. C’è posto anche per una sorta di follia con un momento di gruppo su una fuga di Bach rivisitata in forma “electro”. I dieci ballerini si stagliano su uno sfondo nero, a volte striato da proiezioni bianche, realizzate da Costance Guisset, che sembrano grovigli di fumo, di nebbia, insidiose meduse, ma anche ciocche di capelli o un cielo stellato. Questo fa da sfondo a un intenso “pas de deux” tra il giovane e la donna dell'affresco.

E sono proprio i capelli simbolo di femminilità, il filo conduttore della pièce: vengono utilizzati magnificamente dalle cinque ballerine mentre il quadro prende vita; poi ritornano in una scena piuttosto originale per invenzione, in quanto Preljocaj immagina i loro capelli risalire al soffitto, per poi scendere fungendo da altalene, maglie, catene; qui la danza rigorosa svela un’ immagine onirica nella quale gli stupendi danzatori appaiono acrobati del circo. Inappuntabile il finale: arrivo dei guerrieri, cacciata di Chu che rotola dal fondo del palco fino

ad arrivare sul boccascena, rincontro dell’amico e ripristino dell’affresco. Su questa chiusa – una menzione doverosa per i costumi di Azzedine Alaïa – si coglie la profondità con cui la danza può esprimere, in modo straordinariamente efficace, il proprio pensiero sul mondo.



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