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Marcello Grassi, il fotografo dell'antichità oscurato da Facebook

Classe ’60, reggiano, Marcello Grassi continua la sua ricerca sull’Anatomia del Tempo. In mostra a Palazzo dei Principi di Correggio con "Sine tempora", di Reggio Emilia dice: "Manca di programmazione, non di spazi". E di Fotografia Europea: "Il circuito Off è imbarazzante" 

Nudi classici proibiti, le foto artistiche bandite da Facebook "Sono stato sospeso da Facebook tre volte - racconta il fotografo Marcello Grassi - per avere pubblicato un’immagine raffigurante una doppia pagina di un libro dedicato al lavoro di Robert Mapplethorpe". Dalla mostra di Treviso a quello capitato allo scrittore norvegese Tom Egeland, ecco i precedenti

REGGIO EMILIA. Classe ’60, reggiano, Marcello Grassi continua la sua ricerca sull’Anatomia del Tempo iniziata con lo “scavo visivo”nei luoghi della civiltà etrusca nel 1985 e proseguita nei musei e nei siti archeologici in Italia e in Europa. Fino a domenica 21 gennaio è possibile ammirare al Palazzo dei Principi di Correggio la sua mostra “Sine Tempore”: una serie inedita di scatti realizzati al Musée Saint-Raymond di Toulouse eal Musée Departemental dell’Arles Antique. Abbiamo incontrato Grassi immersi in un trionfo di immagini dallo stile contemporaneo in dialogo con il passato.


La sua fotografia si nutre di storia. A quando risale la passione per ciò che è memoria?

«La fotografia si nutre sempre di storia. Per quanto mi riguarda la fascinazione per la storia antica risale ai tempi delle elementari e ad alcune figure e narrazioni che emergono ancora oggi dai ricordi. Non potendo coltivare questa relazione con studi classici e accademici me ne sono occupato con la fotografia a partire dal 1985 con il lavoro Etruria».



Si ricorda la sua prima macchina fotografica?

«Possiedo una fotografia del 1971 che mi ritrae con mio fratello e ho già tra le mani una “macchinetta” Agfa Iso-Pack (che ancora possiedo). Posso affermare che la fotografia faccia parte della mia vita da sempre. Naturalmente le prime immagini ritraevano ricordi di giornata, di gite, di momenti di socialità: paesaggi, amici. Un modo per fermare sulla carta i ricordi».

Nelle sue opere antico e contemporaneo si mescolano con naturalezza. Questione di tecnica o di ideazione?

«Questione di ideazione, di pensiero. Quando ho iniziato il lavoro fotografico dedicato all’Anatomia del Tempo ho guardato le fotografie di importanti autori quali Herbert List, Robert Mapplethorpe, Ralph Gibson e mi sono letto “Memorie di Adriano” e “Il Tempo Grande Scultore” di Marguerite Yourcenar. Ciò che mi interessa è il dialogo quotidiano con quelli che furono, le loro opere, il loro lascito, i loro sguardi immutati ma modificati dal tempo: è come guardare nello stesso momento quello che accade alla nostra vita, alla nostra anima».



La maggior soddisfazione professionale avuta fino ad oggi e quella che si pone come obiettivo.

«Ho esposto ad Arles, Berlino, Liegi, Lisbona, Nizza, Parigi, Roma in esposizioni personali e collettive e sono presente con le mie fotografie in importanti collezioni europee. Ho pubblicato libri e cataloghi con editori prestigiosi. La maggiore soddisfazione è stata veder pubblicato il volume Etruria insieme alla mostra al Musée Reattu di Arles e, più recentemente, essere stato selezionato da Christian Lacroix per la collettiva “Mon île de Montmajour”. L’obiettivo? Fare conoscere il più possibile il mio lavoro».

Quando viaggia e gira per mostre, come visitatore, cosa cerca?

«Cerco di registrare con la mente quelle situazioni espositive che possono divenire suggerimenti per il mio lavoro oppure mi lascio coinvolgere emotivamente da ciò che osservo sia che si tratti di fotografia o arte in generale. Una fotografia in particolare mi ha commosso: è stata esposta a Palazzo Magnani nel 2008 nella mostra dedicata a Edward Steichen, ritrae Isadora Duncan sotto il Portale del Partenone nel 1921. Magnifica!».

Gira il mondo ma non lascia Reggio. Quanto sono importanti le radici per un artista?

«Io vorrei lasciare Reggio e non mi considero un artista. A parte questi dettagli credo che in qualche modo le radici non siano così fondamentali e a volte divengono trappole in cui mortificare la proprie ambizioni personali o la propria ricerca che può essere letta anche come esigenza di raccontare agli altri delle storie, o la propria visione delle cose che ci circondano. Fare tutto questo ancorandosi a Reggio Emilia può essere letale».

Restiamo a Reggio: la trova una città esteticamente bella? Culturalmente ricca, povera o... si potrebbe fare di più? E ancora: cosa manca a Reggio per essere una città turistica?

«Il centro città ha una sua armonia interrotta in alcuni punti da scempi del secolo scorso e altre nefandezze più recenti: sono un flâneur non un amministratore pubblico, osservo semplicemente con il dovuto interesse. Dal punto di vista culturale ha avuto un passato certamente più importante ed una quotidianità meno espressiva. Ma sembra di scrivere dell’Italia in generale. Cultura, politica, economia, lavoro, direi che l’impoverimento sia generalizzato. La stazione Av progettata da Calatrava è un hub scollegato dal centro: chiaro che per noi reggiani arrivare in Piazza Duomo a Milano in meno di un’ora equivale a un cambio di prospettiva non comune. Il percorso inverso non funziona, la città manca di appeal».

Fotografia Europea. Un’occasione mancata o Reggio è davvero capitale della fotografia?

«Capitale della fotografia mi sembra un eccesso. Fotografia Europea può essere ancora un’occasione ma le perplessità restano e sono tante e in più la sua unicità, che poteva dirsi tale all’inizio della manifestazione, è venuta meno. Il non rapportarsi mai con il presente – e parlo contro il mio interesse di fotografo non impegnato nel reportage – inizia a farsi sentire. Non entro nello specifico delle mostre proposte negli anni o di quanto sia successo personalmente: non sono un critico e non ne ho l’esperienza e la capacità, e gli affronti personali restano tali. Il circuito Off è imbarazzante».

Ma a Reggio, mancano più gli spazi o più gli artisti?

«Reggio manca di programmazione. Proviamo ad immaginare di staccare la spina a Fotografia Europea e vediamo cosa rimane a parte l’eccellente calendario della Fondazione I Teatri e le iniziative a volte davvero meritorie dei Musei Civici. Sono state fatte le nomine del nuovo Comitato Scientifico di Palazzo Magnani che dovrebbe divenire la cabina di regia, quindi attendiamo. Così come la città attende l’evolversi dello spazio che erano le Reggiane, dell’arena concerti e del restauro definitivo dei Chiostri di San Pietro. I luoghi ci sono e quando vedo, ad esempio, i Chiostri di San Domenico vuoti o con proposte di dubbia finalità mi piange il cuore. A parte questo, in generale, programmare, creare, costruire con la cultura è anche dispendioso, e in un lungo periodo di contrazione economica può essere addirittura logico aspettarne un indebolimento in termini di proposta soprattutto da parte degli enti pubblici. Gli autori in città ci sono, bisogna aiutarne la crescita e non ritenersi per questo provinciali».

C’è chi parla di atrofizzazione della fotografia. Di questi aspetti, qual è il più pericoloso: tanti troppi tutti fotografano; il passaggio dall’analogico al digitale; il proliferare di Photoshop? O c’è dell’altro?

«Tanti fotografano senza conoscere la storia della fotografia. Questo è il problema. Il pensare di essere unici, innovativi, primogeniti senza avere coscienza del fatto che è già stato fotografato tutto e pure più di una volta. Tocca al fotografo proporre una nuova interpretazione, una nuova chiave di lettura. In pratica è come se io pensassi di essere stato il primo ad occuparmi con la fotografia dei luoghi degli etruschi senza andarmi a riguardare le immagini degli Alinari, Anderson o Brogi realizzate nell’800! Aggiungo che la fotografia avrebbe come esito finale una stampa su carta, non una visione su un monitor e altra cosa che ritengo importante è che ciò che viene proposto per fotografia sia tale e non una tela creata a video con insulsi effetti digitali. Lo spartiacque in ogni caso non è tra analogico e digitale: la vera cesura sta nella proiezione finale dell’idea che diviene immagine, il pensiero che sta a monte di un progetto fotografico».

Fb e la censura. Qual è stata la sua esperienza e come si rapporta con i social?

«I social sono un veicolo di promozione e li utilizzo per lavoro. Facebook esagera. Non censura i seni dipinti e censura – su delazione – i seni di Helmut Newton, follia pura. In questo senso la mia esperienza è negativa e sono state censurate anche mie fotografie. Mi è capitato recentemente di essere stato sospeso dal suddetto social per avere pubblicato un’immagine raffigurante una doppia pagina di un libro dedicato al lavoro di Robert Mapplethorpe dove a sinistra appare la fotografia di una statua romana antica e a destra un nudo di donna, colto nella luce tagliata da una veneziana, che celebra il bello del corpo e crea un confronto, tra classicismo e contemporaneo, di indubbia eleganza. Mi sembra davvero un eccesso che per un seno scoperto (questo è il peccato) il segnalatore anonimo di turno ti faccia infliggere un periodo di sospensione. La bellezza deve vincere su tutto».
 

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