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Dietro le quinte del teatro con il film di Festina Lente

Realizzato dalla compagnia di Andreina Garella con Giovanna Poldi Allai Sabato sarà proiettato in anteprima nella Sala degli Specchi del Valli

REGGIO EMILIA. Ritorna a teatro Andreina Garella con il suo Festina Lente Teatro dopo “Il meraviglioso ordinario”, e questa volta alla Sala degli Specchi del Valli, per presentare in anteprima il film documentario “La vita non sa di nomi” che la stessa Garella ha realizzato insieme a Giovanna Poldi Allai, una produzione Festina Lente Teatro, con il contributo di Azienda Udl di Reggio Emilia, finanziamento collettivo BeCrowdy.

L’appuntamento è per sabato alle 17 (ingresso libero). «Il film nasce dall’idea di valorizzare il teatro che è un’arte effimera – spiega Garella – perché una volta andati in scena svanisce, quindi l’intento è documentare quest’esperienza unica coinvolgendo un gruppo di persone con fragilità e disagio psichico seguite dal Dipartimento di Salute Mentale della Sanità Pubblica, alcuni operatori sanitari e i cittadini vogliosi di partecipare».

Come si svolge?

«Fondamentalmente è il racconto di un progetto teatrale risalente al 2002 e si svolge in tre luoghi: lo spazio del teatro, la piazza di Reggio Emilia, lo spazio delle prove al Dipartimento. Per documentare gli spettacoli più indietro nel tempo abbiamo costruito delle scene apposite dopo averne raccolto i testi ed aver rimesso in gioco gli attori. Questa lunga storia ci ha permesso di fare delle riflessioni».

Quali?

«La domanda posta agli attori e al pubblico è: che cosa significa stare in scena sul palcoscenico della vita? A questa rispondono tutte le diversità che hanno una parte nel nostro teatro,e nel film ognuno racconta il proprio modo di stare in scena. La cinepresa di Giovanna Poldi Allai ci ha aiutato a documentarlo e a fare in modo che l’esperienza possa essere visibile a tutti».

Secondo lei cosa colpisce di più del film?

«C’è stata un’incredibile naturalezza da parte degli attori e la telecamera di Giovanna non è mai stata invasiva. Si può constatare che il tutto è vissuto senza inibizione. In un’ora di pellicola si coglie l’anima di questo progetto, la poetica di fondo».

Qual è?

«La nostra è una realtà nata dal disagio e dell’esclusione, quindi è una compagnia fuori dall’ordinario, che emoziona tanto gli spettatori. Questa compagnia mostra la sua fragilità senza vergogna, mostra altri
modi di stare al mondo. Dove sta la follia? Dove sta la ragione? Regista e attori sono troppo impegnati in corse pazze, nel lanciare mazzi di fiori, nel rubarsi la corona dalla testa, nel recitare ricette di cucina per farci annoiare in inutili classificazioni e graduatorie».



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