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L’attentato a Don Camillo censurato da Julien Duvivier

La scena, scritta da Guareschi, secondo il regista francese era troppo violenta. L'esperto Egidio Bandini: «Non è stato l’unico taglio, la Chiesa è intervenuta più volte»

BRESCELLO. Si arrabbiava, Giovannino Guareschi, e scriveva lettere inferocite. Ma non riuscì a difendere il suo “Mondo piccolo” dalle grinfie di registi e sceneggiatori. La rottura con Julien Duvivier risale a prima del ciak iniziale: il grande regista decise di girare “Don Camillo” non nella Bassa parmense, dove il racconto guareschiano era ambientato, ma in quella reggiana; scegliendo, tra tutti i paesi rivieraschi, Brescello.

«E la tensione tra Giovannino e quelli che lui chiamava cinematografari – spiega Egidio Bandini, massimo esperto del “Mondo piccolo” e presidente del Club dei ventitré – era destinata a crescere ancora. Guareschi scrive cinque sceneggiature per il cinema, regolarmente stravolte dai registi e dagli sceneggiatori, con sue arrabbiature non indifferenti. Lui si immaginava i film in un modo, loro (Duvivier e René Barjavel, ma anche Carmine Gallone e Luigi Comencini) li trasformavano in altro. Chi aveva ragione? I film di Guareschi non li abbiamo mai visti, quelli che ci sono arrivati hanno avuto un enorme successo…».

Ci fa un esempio di questi stravolgimenti?

«Nella sceneggiatura del primo film, “Don Camillo”, Guareschi racconta che il Pizzi viene ucciso dai rossi più sfegatati e poi fatto passare per suicida. L’omicidio viene ovviamente denunciato da Don Camillo, che diventa il bersaglio di un nuovo attentato ed è salvato dalla mano di Gesù. Siamo nel ’46, quello raccontato da Guareschi era qualcosa che poteva succedere e senza dubbio è successo, era il momento del regolamento dei conti. Di tutto questo, però, nella pellicola non c’è nulla: regista e sceneggiatore hanno scartato la scena perché troppo violenta e drammatica per un film che, secondo loro, doveva essere divertente, fare cassetta».

E Guareschi?

«Si arrabbia tantissimo e scrive una lettera al regista francese spiegandogli che questo episodio serviva per giustificare la violenta reazione di Don Camillo nel finale; che il libro (in cui c’erano fatti ancor più gravi) era stato accettato in tutta Italia e anche fuori; che se tagli dovevano esserci, si dovevano almeno dosare, in modo da non alterare la vicenda nella sua essenza. Se Guareschi difendeva le sue sceneggiature, infatti, era perché non voleva che i film travisassero il messaggio del suo “Mondo piccolo”».

Eppure Duvivier non fa alcun passo indietro, anzi...

«Il regista non solo lascia fuori la scena dell’attentato a Don Camillo, ma taglia anche una scena già girata e montata, di cui abbiamo una foto, quella dello smistamento dei pacchi arrivati dall’America».

Di che si tratta?

«Don Camillo, per convincere i cittadini che dalla Russia arrivava solo l’ideologia, consegna pacchi alimentari provenienti dagli Usa. Peppone ovviamente non vuole che il suo piano riesca, così incarica lo Smilzo di controllare che nessuno vada a prendere quei pacchi. Tuttavia Straziami, distrutto dalla fame, cede e ne prende uno. Quando sta per addentare quel ben di Dio, arriva il commissario del partito, guidato dallo Smilzo. I due fanno un gran fagotto con tovaglia e cibo, e lo gettano fuori dalla finestra. Poi il commissario schiaffeggia Straziami davanti al figlio, che sognava già di mangiare la marmellata. Ed è questo il vero peccato, per Guareschi. Dopo essere stato schiaffeggiato, Straziami decide di stracciare la tessera del partito, ma Peppone interviene e lo porta a prendere un altro pacco da Don Camillo».

Come mai questa censura?

«Sicuramente per la presenza della Chiesa. Le versioni italiane sono spesso meno guareschiane di quelle francesi e tedesche. In Italia, negli anni ’50, le sale cinematografiche erano il più delle volte sale parrocchiali, in cui potevano essere proiettati solo film “per tutta la famiglia”. Senza quella qualifica stabilita da monsignor Galletto, presidente dei Centri cattolici cinematografici, i film non venivano accettati. Si spiega in questo modo, ad esempio, la differenza tra “Il ritorno di Don Camillo” francese e quello italiano: nella versione d’oltralpe Don Camillo porta in montagna il crocefisso e, durante la salita, ripropone una sorta di via crucis, con tanto di caduta e voce del Cristo; monsignor Galletto considera questa scena blasfema e la boccia, non prima di aver consigliato di sostituire la croce con un sacco di grano».

E che ci dice della bomba di Don Camillo?

«Stesso discorso. In “Don Camillo monsignore... ma non troppo” Fernandel avrebbe dovuto lanciare una bomba contro la Casa del Popolo. Nella versione italiana e francese questo episodio viene censurato, in quella tedesca invece rimane, e Fernandel compare nella locandina del film con la bomba in mano».

Il “Mondo piccolo” di Guareschi, insomma, non smette di sorprendere...

«C’è di più. Nell’archivio conservato dai figli di Giovannino abbiamo trovato racconti inediti scritti per il cinema. Se venissero pubblicati potrebbero rappresentare un nuovo capitolo della serie. Nel 2018 ricorrerà il 50esimo della morte di Guareschi, chissà...».

Ci regala un assaggio?

«Una scena soltanto: Peppone organizza un comizio in piazza invitando un esponente di spicco del partito; Don Camillo,

per rovinarglielo, organizza a sua volta una recita di poesie... con i figli di tutti i compagni. Il finale è scontato: sentendo il nome del proprio figliolo urlato al megafono, uno dopo l’altro i compagni raggiungono Don Camillo...».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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