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La memoria della città nell’archivio delle Officine

Nel suo volume Michele Bellelli racconta la fabbrica durante il conflitto mondiale «Con i documenti raccolti riscopriamo anche le vicende di chi ci lavorava»

REGGIO EMILIA. «Le Reggiane erano la più grande fabbrica della nostra provincia e hanno subìto in pieno gli effetti della Seconda guerra mondiale, sia da un punto occupazionale (con oltre 11mila dipendenti assunti in pochi anni) sia da un punto di vista bellico con la deportazione, i bombardamenti, l’occupazione, la Resistenza... tutti aspetti analizzati nel mio libro».

È con queste parole che Miche Bellelli, autore di “Reggiane in guerra” (Aliberti Editore), ieri ha presentato il frutto del suo lavoro allo Spazio Gerra. All'incontro con l’autore, condotto da Stefano Scansani, direttore della Gazzetta di Reggio, parteciperà Massimo Storchi, direttore del Polo archivistico del Comune di Reggio Emilia. Questa nuova pubblicazione approfondisce alcuni degli argomenti già trattati nel primo volume, focalizzando l'attenzione sugli anni della seconda guerra mondiale e della guerra di Liberazione, svelando nuovi dettagli e storie emersi da uno studio più approfondito dell’archivio aziendale. Può sembrare ovvio associare le Reggiane alla Resistenza, ma quanti furono effettivamente gli operai-partigiani? Quanti pagarono il prezzo più alto per opporsi alla dittatura nazifascista?

D’altra parte l’obiettivo della mostra “Officine Reggiane/Archivio storico - Capitolo 2” (visitabile allo Spazio Gerra fino al 18 marzo) è proprio quello di riflettere sul significato delle Reggiane per Reggio, e dal punto di vista aziendale e dal punto di vista individuale.

«Questa mostra – ha commentato Massimo Storchi durante la presentazione del volume – è di fatto un intervento culturale. Quello delle Reggiane è il principale archivio industriale della provincia e della regione, che noi abbiamo salvato e messo in sicurezza. E ci dà la possibilità di lavorare
su molti temi: capire lo sviluppo dell’industria a Reggio, la nascita della piccola industria con la guerra, oltre che riscoprire un’infinità di singole vite e singoli percorsi all’interno della nostra città».

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