Quotidiani locali

''La grande musica nelle case e nei luoghi dei reggiani''

Il piano d’azione di Francesco Filidei, nuovo consulente dei Teatri di Reggio Emilia

Da ieri i Teatri di Reggio Emilia hanno un nuovo consulente musicale, chiamato a dare un volto, e anche un’anima, alla programmazione del sistema teatri della città per lirica e concerti.

Francesco Filidei ha scelto di lasciare Parigi, dove lo attendono comunque appuntamenti importanti per il suo ruolo di compositore, per trasferirsi a Reggio ed assumere da subito la responsabilità di un rilancio che vuole essere ambizioso. I prossimi mesi saranno decisivi affinché il teatro Municipale compia quel salto di qualità che gli è richiesto.



Maestro Filidei, com’è avveuto il contatto fra lei e i teatri di Reggio?

«Paolo Cantù (nuovo direttore generale, ndr)mi ha contattato e da lì è partita la collaborazione. Come sia saltato fuori il mio nome non lo so, ma posso presumere che abbia ascoltato il mio “Giordano Bruno”. Penso sia andata così, perché prima non ci conoscevamo».

Quanto tempo ha impiegato a dire sì?

«L’ho detto subito anche perché le mie prime esperienze di musicista, a parte il Conservatorio, sono state a Reggio Emilia, con “Di Nuovo Musica” dove ho conosciuto Grisey, e se sono arrivato a Parigi è stato proprio attraverso di lui. Questo è uno dei motivi. L’altro è che quando si lascia l’Italia non lo si fa con il cuore leggero, spesso dietro ci sono dei motivi complessi. Parlo degli anni ’90, adesso non so se le cose siano migliorate. Sono andato via sentendomi un po’ colpevole rispetto a quelli che restavano. Adesso ho l’opportunità di tornare portandomi dietro le esperienze raccolte in giro per l’Europa. Vorrei fare qualcosa come avrei voluto fare all’epoca».

Lei è un allievo di Sciarrino...

«No, la interrompo subito. Al massimo sono un ex allievo di Sciarrino, ma questa non è più una definizione rispondente a quello che faccio. Senza dubbio c’è una filiazione ma la mia strada ha preso un altro orizzonte».

«Interessante. Lei sa che in linea di massima la definizione di teatro di tradizione, qual è quello di Reggio, non ha solo un senso giuridico, non è solo una categoria alla quale appartenere per ottenere finanziamenti pubblici. Molto spesso è anche una categoria dell’anima. Ricordo anni fa quando arrivò Daniele Abbado: una sua frase, forse male interpretata, in cui diceva che bisognava fare altro rispetto a Verdi, scatenò un putiferio, salvo poi scoprire che lui si guardava bene dal mettere al bando Verdi o il teatro di tradizione. Qual è il suo approccio rispetto al repertorio, al teatro di tradizione? Cosa dobbiamo aspettarci?

«Di base sono un pucciniano di ferro. Sono nato con Puccini, a 14 anni ho visto la prima Butterfly e ho sposato una giapponese. Ho una libreria intera di libri di Puccini. Questo bisogna intenderlo rispetto a ciò che realmente Puccini ha rappresentato, perché lui non è solo quello delle arie alla “Oh mio babbino caro”. Anzi quella è un’aria molto accattivante ma vista la situazione dentro l’opera è proprio quello che ci voleva. È perfetta per la situazione drammaturgica di Gianni Schicchi. La fama di Puccini spessa rema contro il musicista stesso, perché non si riesce ad apprezzare ciò è stato fino in fondo. In Tosca mette la prima serie dodecafonica della storia dell’opera, e lui ne era perfettamente al corrente perché è piazzata in maniera strategica. Fra quello che sta succedendo adesso e la grande tradizione vedo tanta continuità. Per me non c’è differenza fra tradizione e contemporaneo. Ci sono tante opere di Sciarrino che sono in continuità con il passato, c’è coerenza rispetto alla tradizione che continua e deve continuare».

Il sindaco parlando della sua imminente venuta parlò della volontà di riportare i nostri teatri in un ambito di riconoscimento internazionale. Come pensa di muoversi per arrivare a questo?

«Non voglio anticipare troppo perché dovrò discutere con l’equipe, però lavorerò cercando all’esterno lavori e compositori che per me rappresentino un elemento fondante del pensiero attuale. Ad esempio c’è l’idea di un’opera contemporanea ogni anno, costruendo qualcosa attorno affinché pubblico e critica vengano da noi per più giorni e non per un solo evento. Ad esempio potremmo costruire la prima rappresentazione di una versione critica. Potremmo riprendere i programmi dell’epoca e vedere come invece un’opera viene presentata oggi».

Che intenzioni ci sono rispetto al Premio Borciani?

«C’è la volontà di rilanciarlo e potremmo spaziare con i quartetti in tutta la città, con eventi anche amplificati fuori dal teatro. Cose di questo tipo sono necessarie».

Al di fuori delle stagioni canoniche prevede anche qualcosa di altro? Altri luoghi fisici?

«Andiamo a cercare i privati, portando il teatro nelle case della gente. In Germania il concerto è qualcosa di diverso, ti prendi una birra e ascolti non solo in una situazione frontale che rappresenta una società non più presente. Anche il vedere i musicisti vestiti da pinguini... Bisogna sfatare questo, bisogna andare in giro a suonare vestiti normalmente. Così si può incontrare la gente, sfatando l’opinione che la musica classica sia qualcosa di elitario. Non è così. Proveremo tutto quello che permette di avvicinare alla musica la gente e soprattutto i giovani. Vorrei riprodurre quello che si fa in Francia con tutti i licei. Un Grand Prix che coinvolge nell’ascolto di musica contemporanea, cinque dischi selezionati con monografie sui quali i ragazzi votano, e questo li coinvolge».

Almeno sono coinvolti nell’ascolto.

«Devono ascoltare e così finiscono per conoscere la musica del nostro tempo».

Immagino che lei continuerà a vivere a Parigi?

«No, penso proprio di vivere a Reggio. Di base sono compositore e Parigi è una città caotica e stressante. A Reggio si mangia bene e si vive a misura d’uomo; luogo ideale per comporre. Adesso sto componendo un lavoro per l’Operà Comique e Reggio è il posto adatto per lavorare».

Di che opera si tratta?

«È “L’inondation”, in programma per il 2019. È il teatro della Carmen e di Debussy, qualcosa di impegnativo».

Lei di formazione è organista. Come pensa di utilizzare questa sua competenza?

«Forse qualcuno ricorderà che sono stato io a inaugurare il restaurato organo del teatro Municipale. La presenza di uno strumento a teatro è un caso più unico che raro, che ci permette di sfruttare un organo consono alle pratiche del tempo per l’esecuzione di opere di tradizione. Anche quelle di Verdi e Puccini, anche se spesso i direttori sono un po’ restii».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

TrovaRistorante

a Reggio Emilia Tutti i ristoranti »

Il mio libro

CLASSICI E NUOVI LIBRI DA SCOPRIRE

Libri da leggere, a ciascuno la sua lista