Quotidiani locali

Marco Campagnoli dalla consolle alla fotografia: «Solo ora sono io»

Reggio Emilia, lo storico dj del Marabù da domenica 26 novembre in mostra all’Aylanto Risto Gallery

REGGIO EMILIA. Dalla consolle rumorosa e affollata del mitico Marabù al silenzioso appostamento, rigorosamente mattutino, per immortalare con la macchina fotografica un uccellino infreddolito. Dall’alba che coglie la gente della notte stropicciata e un po’ confusa all’alba che ti fa uscire dal letto per non perderti il profumo della natura che si sveglia. C’è chi conosce bene le due facce della stessa moneta. E le ha vissute entrambe con la stessa determinazione. Per poi fare la sua scelta scoprendo che la verità, alla fine, era una sola.



Marco Campagnoli, 57 anni, storico dj delle “cattedrali della disco” a partire dal Marabù («la mia casa»), modenese («ma in realtà mi sento più reggiano e da due anni vivo ad Albinea con la mia compagna Marina») da domenica 26 novembre esporrà all’Aylanto Risto Gallery di via San Girolamo. #mi metto in mostra# il titolo dell’esposizione (ore 19 la vernice) che è anche una rara occasione per ammirare le fotografie di Campagnoli («non amo fare mostre perché poi devo venire a patti con il curatore ma, in questo caso, ho avuto carta bianca»). Impossibile parlare del fotografo senza parlare del dj.

Marco, cosa ne pensi di alcune operazioni nostalgia come la festa organizzata all’Italghisa dedicata alla rivista Tuttoreggio?

«Penso che sia stata una bellissima iniziativa e soprattutto un doveroso omaggio al suo ideatore, Sandro Gasparini. Mi ricordo ancora quando, il giorno dell’uscita della rivista, c’erano le file di ragazzini davanti alle edicole... Un vero e proprio fenomeno sociale. Sono altri i remember che mi disturbano».

Per esempio?

«Trovo strane, e anche poco sincere, le tante serate remember organizzate per ricordare il Marabù. Intanto, se vai a vedere chi c’è, non trovi quelli che hanno fatto veramente la storia del locale. In secondo luogo, se vuoi fare una cosa con il cuore, allora non deve essere a scopo di lucro ma benefica. Per quanto mi riguarda, hanno ammazzato per la seconda volta il Marabù».

Dove tu eri di casa...

«In realtà era la mia casa. Il Marabù è stato aperto nel 1977 e, a tre mesi dall’inaugurazione, mi ha chiamato Enzo Persueder con il quale ho lavorato per cinque anni. Al Marabù sono poi tornato e rimasto fino alla chiusura, nel Duemila, dopo avere lavorato per sette otto anni nelle più grandi e importanti discoteche italiane, da Milano a Bologna, dalla Romagna a Porto Cervo. E ancora oggi, quando in auto passo davanti al Marabù, mi volto dall’altra parte. Non posso vederlo così, mi si stringe il cuore. Preferirei vederlo demolito. Preferirei vedere dei palazzi o qualsiasi altra cosa. Ma questo abbandono non è sopportabile».

Quanto è stato difficile, invece, smettere di fare il dj?

«Nel 2000 ho detto basta e, da allora, non ho più voluto vedere un mixer. Penso di essere l’unico ex dj che non mette su dischi neppure per gli amici il fine settimana. Al venerdì e al sabato sera, preferisco stare davanti alla Tv».

La fotografia ha rubato la scena alla consolle?

«In realtà io sono sempre stato appassionato di fotografia e, quando ho smesso di fare il dj, ho ripreso in mano la macchina fotografica e mi sono immerso in questo mondo meraviglioso. Ho studiato, ho letto tanto, ho girato molto, e alla fine la fotografia è diventata per me un lavoro. Uno splendido lavoro»

Nessun rimpianto?

«Assolutamente no. Perché mi sono reso conto che negli anni passati a girare l’Italia, ogni sera una discoteca diversa e gente nuova, non ero davvero io. Mi ricordo che quando dopo mesi passati a Porto Cervo (che non è un brutto posto) atterravo a Bologna, e annusavo l’odore della nebbia padana, allora sì mi riconoscevo. Poi partivo subito per un’altra meta, la valigia sempre pronta, e pensavo ad altro. Grazie alla fotografia, mi sono ritrovato».

Il rumore e il silenzio, la folla e la solitudine. Una via di mezzo non c’era?

«Sai cosa ho guadagnato? La libertà. E quell’attimo di pausa che non ho mai avuto. Un esempio? Io amo la gente educata e oggi posso scegliere con chi voglio parlare, scherzare, discutere, confrontarmi. Allora no. Dovevo sempre essere disponibile, sorridente, entusiasta, l’adrenalina a mille. Non rinnego un lavoro, quello del dj, che mi ha dato tanto. Ma non ero io».

Che cos’è, oggi, quello che conta davvero?

«Oggi, ogni giorno è diverso. E pieno di emozioni, perché ogni fotografia è un’emozione. È indescrivibile la gratificazione provata quando stai solo, fuori dal tempo, in attesa della luce giusta per fermare l’attimo con un clic. Le fotografie devono piacere prima di tutto a me, se poi danno emozioni anche ad altri ho già vinto. C’è qualcosa di meglio che regalare emozioni?».

Cosa ami in particolare fotografare?

«Posso fare un ritratto o dedicarmi a un paesaggio, quello che importa è sempre l’emozione, perché lo scatto giusto arriva senza chiederti niente. È una dimensione assolutamente intima».

I tuoi paesaggi trasmettono l’amore che provi per la tua terra. Quanto contano le radici?

«Conosco ogni angolo dell’Appennino reggiano e modenese dove appena posso ritorno con la macchina fotografica. Perché lo stesso scorcio non è mai uguale al giorno prima e ogni volta è una scoperta. D’altra parte, anche quando giravo l’Italia per fare ballare la gente, la mia terra e le mie radici erano sempre il mio approdo. Che non abbandonerò più».




 

I COMMENTI DEI LETTORI


Lascia un commento

TrovaRistorante

a Reggio Emilia Tutti i ristoranti »

Il mio libro

CLASSICI E NUOVI LIBRI DA SCOPRIRE

Libri da leggere, a ciascuno la sua lista