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«Vi racconto Livatino il giudice dimenticato»

Davide Lorenzano omaggia il magistrato ucciso dalla mafia nel 1990 Il documentario stasera al teatro San Prospero, a seguire un dibattito

REGGIO EMILIA . Un omaggio a una figura coraggiosa, oggi in secondo piano e pure “distorta”. Lo ha voluto porgere al “giudice ragazzino” Rosario Livatino il giornalista siciliano Davide Lorenzano con il suoi documentario “Il giudice di Canicattì”, dedicato alla figura del magistrato ucciso in un agguato ad Agrigento nel 1990.

Il documentario verrà proiettato questa sera alle 19 al teatro San Prospero di via Guidelli in uno dei momenti principali di questa edizione del Reggio Film Festival. Lorenzano, nato e cresciuto a Canicattì, proprio come Livatino, ha realizzato il ritratto di un magistrato oggi poco ricordato, unendo immagini d’archivio anche inedite alla voce narrante di Giulio Scarpati. Al termine della proiezione l’autore sarà protagonista di un dibattito assieme al giudice Luigi Riganti, coordinatore della sezione penale del tribunale di Pavia.

Di Livatino si è sempre parlato poco, rispetto ai vari Borsellino e Falcone. Si è fatto un’idea del perché?

«È una figura un po’ appannata dai profili eccellenti di altri protagonisti del panorama antimafioso, forse per una vita svolta in una realtà come quella di Canicattì, anche se non parliamo poi di un paese piccolo. E si inserisce in un periodo particolare».

Quale?

«L’omicidio, meno spettacolarizzato rispetto ad altri, avviene nel 1990. In quello stesso anno la mafia uccise circa un migliaio di persone in Sicilia».

Un numero enorme.

«Studiando le carte si scopre come le cronache non mettessero ormai nemmeno più le rapine, era già difficile riuscire a raccontare gli omicidi».

Anche gli autori sono particolari, no?

«I killer erano componenti della “stidda”, un’organizzazione criminale nata come costola della mafia, di cui poi divenne rivale, attiva in particolare nell’agrigentino. Aveva necessità di imporsi e quindi di compiere un omicidio simbolico, un nome noto, quello del giudice».

Perché lei ha deciso di tornare su questa vicenda?

«C’era una domanda che non trovava risposta, chi era questa persona? Di lui è rimasta pochissima memoria, non ci sono testimonianze audio, pochissimi materiali».

È diventata una sfida?

«La sfida di restituire alla collettività un quadro meno parziale della sua figura. E sono emersi tanti aspetti peculiari».

Ad esempio?

«All’epoca in città si diceva che fosse aggressivo, ostico. Non è che a Canicattì facesse comodo a molti dire questo? Anche perché dai racconti degli intervistati emerge un altro carattere. A volte ci affidiamo ai pregiudizi, questi uomini dello Stato erano persone come le altre, con le loro passioni e i loro interessi».

E pure persone osteggiate anche dopo la morte, no?

«Sì, raccogliendo testimonianze è emersa una gaffe tremenda ai funerali. Qualcuno che si lascia scappare che anche da morto Livatino sta arrecando danno alla città. Le parole erano meno raffinate, però».

Una curiosità. La voce è quella di Giulio Scarpati, l’attore che ha interpretato Livatino nel film “Il giudice ragazzino” del 1994.

«Per Scarpati questa è una vicenda cara, una storia a cui tiene molto. La sua voce permette anche di tornare a quel passato, per chi già conosceva il film».

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