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recensione 

La bellezza del mostro con Giocondo

Al Mia di Sant’Ilario un viaggio nell’inconscio tra crudeltà e sublime

SANT’ILARIO. Nel curioso spazio di Mia (Moda Italia Arte) sulla circonvallazione di Sant’Ilario, è aperta fino al 28 novembre la mostra personale del pittore salernitano Fabio Giocondo.

Come si coglie dalla stessa sigla, Mia ha l’ambizione di incrociare stabili proposte di sartoria, atelier e moda, con ricorrenti ospitalità d’arte. Per spiegare meglio, basti ricordare che in occasione della recente apertura della sede sono stati esposti con successo e messi in vendita foulards realizzati da artisti.

Quella di Fabio Giocondo è una mostra di pittura nel senso proprio e pieno: quadri a olio, prevalentemente, che seguono la costante di una “crudeltà” suggerita – poi sublimata nelle scelte figurative – dall’inconscio. Non intendo con questo che La bellezza del mostro si esaurisca nell’invenzione di allegorie; credo anzi che il “male”, disperatamente teso alla ricerca del “bello”, possa testimoniare o alludere alla condizione umana nel mondo contemporaneo. La mutilazione delle figure, il loro disfarsi nell’eccesso o per l’aggressione di acidi che ormai vengono gettati in ogni luogo, il livore che intacca colori già squillanti e forme di altra naturalità, aggiungono infatti alla deformazione onirica la visione (e la memoria) di concrete esperienze di orrore come il carcere, la tortura, la sofferenza per sopraffazione – ecco i bagliori di una esperienza formativa che forse non ha ignorato i maestri della Controriforma – o patologica solitudine.

È quasi immediato, osservando le superfici, pensare alla lezione di Bacon, o anche – ne ho avuto persuasione scavando un po’ nell’immaginario italiano – di Renzo Vespignani. Per il primo vale ovviamente la “crudeltà”: «…feroce, estremo, disperato – è stato scritto – fino a imprimere un senso tragico alla figura rinviando qualunque sua conformazione alla tragicità dell’esistere…» quindi alla coscienza infelice dell’uomo moderno. Per il secondo una sorta di manieristica eleganza, ossia il drammatico bisogno di riscattare la crudeltà stessa con un “bello” che resta nel negativo e anzi ne affronta i pericoli.

Per ultimo, a proposito
della pittura di Giocondo, richiamerei l’orrore ordinario di immagini che le nuove tecnologie permettono di elaborare al posto dei vecchi trucchi cinematografici. Una via ulteriore, per l’artista, di sondare il proprio mistero e muoversi nel mondo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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