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Paolo Crepet a Reggio Emilia: «Impariamo a dire no»

Lo psichiatra e sociologo presenta il suo ultimo libro "Il coraggio"

REGGIO EMILIA. “Il coraggio”. Non quello degli eroi, ma quello di tutti i giorni, che è fatto anche di paura.

Ecco di cosa parla l’ultimo libro dello psichiatra e sociologo Paolo Crepet, presentato alla libreria All’Arco di Reggio. «Una riflessione – spiega – su tutto quello che è necessario reinventare. Perché coraggio significa anche e soprattutto cambiare».

Paolo Crepet alla libreria All'Arco

Paolo Crepet insegna il coraggio a Reggio Emilia REGGIO EMILIA. Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet ha presentato il suo ultimo libro, "Il coraggio", spiegando l'importanza di dire di no.


Lo aveva già anticipato a Festareggio, scatenando le ire di Reggio Children e della città intera. O sbaglio?

«In quell’occasione mi sembrava di aver detto cose quasi banali, invece… Senza riaccendere la polemica, credo che anche in ambito educativo si debba cambiare. Perché tutti lo devono fare. Nel libro mi chiedo cosa si vuole fare con l’ossessione della tecnologia, propinata ai bambini fin dai primi anni di vita; mi chiedo perché accettiamo la follia di accompagnare i nostri figli a scuola fino alle medie. Dire di no a tutto questo è coraggio, significa avere una visione diversa dell’educazione».

Dunque per avere coraggio serve anche una buona dose di fantasia?

«Sì, infatti al coraggio di immaginare è dedicato un capitolo intero. E sa dove ho avuto l’idea di scriverlo? A Guastalla, nell’asilo ispirato al ventre della balena di Pinocchio e progettato da Mario Cucinella, mio carissimo amico».

Nel libro parla anche di come oggi si comunichi senza un’interfaccia umana, senza esporsi. Ma internet e i social sono causa o conseguenza di questo fenomeno?

«I social network sono uno strumento, ma cambiano il nostro modo di pensare e comunicare. Pensiamo a Twitter: se siamo costretti a esprimerci in 180 caratteri, vuol dire che dobbiamo semplificare un pensiero verosimilmente più complesso. E questo non sempre è un bene. Inoltre dopo averlo formulato lo cediamo subito agli altri, con conseguenze anche preoccupanti. Con le fake news si possono rovinare le persone».

Piuttosto che commentare senza metterci la faccia sarebbe meglio stare zitti? Oppure questo modo di comunicare rappresenta comunque l’inizio di una presa di coscienza?

«I vigliacchi sono sempre esistiti, la storia ne è piena. Ai miei tempi, ad esempio, c’erano le lettere anonime. Però bisogna considerare che internet ha una potenza esplosiva. Adesso uomini e donne senza virtù diventano virali, e c’è chi è sedotto da questa possibilità, da questo potere. Prendiamo la guerra contro i vaccini: è nata dal niente, dalle non informazioni. I no-vax non sono immunologi con quarant’anni di esperienza sulle spalle, io preferisco credere agli immunologi con quarant’anni di esperienza sulle spalle. Con i no-vax posso parlare d’altro, magari di un concerto dei Rolling Stones».

È questo il coraggio?

«Il baratro verso cui stiamo scivolando è dare lo stesso valore a chi ha conoscenza e sapienza e chi non ce l’ha. E questo è molto peggio della terza guerra mondiale. Le differenze ci sono e ci devono essere, noi non siamo tutti uguali. E quindi ci vuole il coraggio di dire di no».

Come si impara a farlo?

«Impari a dire di no quando hai davanti una persona che ha detto di no. Noi, tutti noi, siamo d’esempio a quelli più giovani. Se una mamma fuma, i figli penseranno che fa bene fumare. Se un papà sta fuori tutta la notte e torna a casa all’alba, penseranno che è giusto così. Genitori, educatori, politici sono influenti. Se anche un mascalzone può diventare deputato come facciamo a insegnare ai figli che bisogna rispettare gli altri e le regole?».

Un impegno trasversale, dunque?

«No, niente deleghe. Non possiamo aspettare che sia il primo ministro del futuro a cambiarci la vita. Ognuno, la sera, deve chiedersi: cos’ho cambiato oggi? Non possiamo ripetere sempre gli stessi gesti, dire sempre di sì, bisogna dire di no. Anche se ha dei costi».

A cosa si riferisce?

«Una donna può dire di no, basta solo che lo dica. Non è che dopo vent’anni tira fuori che da giovane non ha potuto dire di no a un produttore cinematografico. Certo, se si fosse trattato di un fornaio sarebbe stato più semplice, però…».

Però adesso queste donne passano per coraggiose, perché parlano.

«Ma non lo sono affatto. Anzi. Quello di Asia Argento è un messaggio terribile: vogliamo davvero insegnare alle ragazze, alle donne, che non possono dire di no? Io non ho scritto il mio libro per questo».

E allora per chi l’ha scritto?

«Per tutti: genitori, figli, anche nonni. Per iniziare a chiedersi se questo è il futuro che vogliamo, l’Italia che vogliamo. Io dico di no».

©RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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