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«Salviamo Ah Bein e l’anima del dialetto»

Per Antonio Guidetti il vernacolo è una lingua intraducibile «Esprime emozioni, è un modo di essere e di comportarsi»

REGGIO EMILIA. “Ah bein” per Antonio Guidetti, autore e attore che ha fatto del dialetto reggiano un’arte e una professione, è un intercalare in grado di racchiudere in sé l’anima del nostro vernacolo. E se non è possibile salvare tutto il dialetto, almeno quell’intercalare ricco di sfumature e significati, che esprime stupore e meraviglia, vorrebbe proprio mantenerlo. Anche se ai tempi di internet per il nostro vernacolo la situazione non è delle più rosee.

«Se non è una lingua morta è gravemente ferita». È l’epitaffio di Antonio Guidetti, che spiega come «il dialetto sia una lingua legata alla cultura contadina e che quindi non esiste quasi più. Se fosse per me salverei tutto il dialetto, ma adesso con il mondo di internet utilizzarlo è un po’ una forzatura. Spesso usiamo in dialetto termini che sono frutto di un’italianizzazione e non la vera parlata reggiana». E gli accade di farlo anche nei suoi numerosi spettacoli, dove un qualche purista potrebbe storcere il naso di fronte all’uso di alcuni vocaboli, ma dove però, l’essenza del vernacolo resta intatta. «Il nostro dialetto è una lingua ricca di sentimenti, che esprime emozioni e stati d’animo in maniera precisa e sintetica. Non è solo un modo di pensare ma di essere e di comportarsi», aggiunge Guidetti, spiegando poi «che le sue commedie le pensa e le scrive in dialetto, perché la traduzione dall’italiano non funziona. L’ho sperimentato con gli studenti quando ho provato a fare una trasposizione dialettale della scoperta dell’America». E ha funzionato solo in parte. «Perché il dialetto non è solo la parola, è il tono e la gestualità e a volte è intraducibile». E per spiegarci cosa intende si rifà un uno dei film di Peppone e Don Camillo, quando il burbero sindaco comunista dopo essersi ubriacato in Russia risponde a Don Camillo che lo sta vegliando con un “Ch’at vègna un cancher”.

«Tutto il film è in italiano – conclude Guidetti – solo quella frase è in dialetto, proprio perché è intraducibile, ma rende con estrema sintesi lo stato d’animo di Peppone». Un commento che sembra in contraddizione, ma non lo è, con l’altra affermazione di Guidetti per il quale «il dialetto è un gramelot, che consente all’attore di farsi capire». Se in passato il dialetto cambiava da Santa Croce a Porta Castello, oggi non è più così,
ma di certo è ancora in grado di esprimere emozioni e sentimenti. E lo farà anche in Francia quando Antonio Guidetti e Roberto Spezzani reciteranno davanti a quella che resta della comunità cavriaghese insediatasi ad Argenteuil negli anni del ventennio.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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