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Borghi nel catalogo della Mondadori

Terminata la mostra “La pittura come poesia”, l’artista si appresta a comparire nel prezioso volume

CAMPEGINE. “Sotto i colpi d’ascia della sorte / il mio capo è sanguinante, ma non chino”. William Ernest Henley lo ha scritto, Alfonso Borghi lo ha tradotto. Non a parole ma sulla tela, trasformando il ritmo dei versi in pennellate corpose e materiche ma soprattutto libere. «Perché il mio scopo non è quello di spiegare o descrivere i testi».

A Piacenza è appena terminata la mostra “La pittura come poesia”, una sfida che ha portato l’artista di Caprara a contaminare la pittura con i versi di aedi immortali (da Shakespeare a Whitman, da Baudelaire a Rimbaud, passando per Shelley, Kavafis, Blake, Campana…), ma Borghi continuerà a cantare liberamente i suoi inni (per parafrasare Shelley) e ne lascerà memoria nel catalogo generale di Mondadori, in cui sarà inserito nel 2018.

«Una grandissima soddisfazione – ci dice – anche perché i collezionisti stanno collaborando con entusiasmo: una volta le opere erano vendute senza essere fotografate, quindi dobbiamo farlo adesso, non senza difficoltà, ma loro sono contenti di partecipare e questo mi gratifica».

Che cosa sarà inserito nel catalogo?

«Una carrellata dei miei quarant’anni di lavoro. Io ho iniziato a dipingere giovanissimo, i miei primi soggetti erano il Po, l’autunno in campagna, i colori delle nostre terre. Le tinte erano quelle forti del Rinascimento a cui in quel periodo guardavo. Dopo aver incontrato George Pielmann, allievo di Kokoschka e professore all’Accademia di Mosca, ho virato sull’espressionismo. Gli anni ’70 sono stati quelli del surrealismo. Negli anni ’80 è stato un susseguirsi di mostre ed eventi importanti. Avrei potuto continuare così, ormai ero già conosciuto anche fuori dall’Italia, ma per diventare qualcuno bisogna distinguersi. La svolta c’è stata negli anni ’90, da allora ho iniziato a lavorare con la materia e non ho più smesso».

Com’è nata l’idea di dipingere poesie?

«Tutto merito dell’incontro con Roberto Sanesi, critico d’arte, professore all’Accademia di Belle Arti di Brera, giornalista e anche traduttore di poeti – americani e inglesi soprattutto – per importanti case editrici. Abbiamo iniziato a parlare dei grandi poeti di sempre e sono nate le mostre di Losanna, dedicata a Emily Dickinson; di Verona, su Quasimodo; di Milano su John Donne e Walt Whitman. Stavamo parlando di organizzare una mostra su John Milton quando Sanesi è morto. Non è escluso che presto riprenda in mano questo progetto…».

Come funziona, legge e subito dipinge?

«Io amo la musica e amo la poesia. Quando dipingo mescolo i colori al ritmo del jazz e dei versi, ma le mie opere non sono descrittive. Leggo tanto, passo da un poeta all’altro, poi capita che una parola mi colpisca, che da due versi nasca un’immagine. Così nascono i miei dipinti, che io definisco in libertà. Li dedico sempre al poeta che mi ha ispirato, ma sono altro rispetto al componimento da cui è nata l’idea. Se così non fosse non ci sarebbe creatività, e i dipinti alla lunga sarebbero tutti uguali».

A quale dipinto/poesia è più legato?

«Sono tutti importanti per me, tutti significativi, ma quello che ho tenuto nel mio atelier e non ho voluto vendere è “Dal profondo della notte”, ispirato alla poesia “Invictus” di William Ernest Henley. Mi ricorda Sanesi. Ma anche quelli ispirati a Dino Campana, quel matto poeta romagnolo…».

Terminata “La pittura come poesia”, sta lavorando ad altro?

«Non smetto mai. E ho già in programma due mostre. La prima, antologica, sarà al Museo San Domenico di Forlì nel 2019. A Palazzo Ducale di Mantova, invece, porterò sei opere dedicate a Isabella d’Este.
Tradurrò con la mia materia quegli abiti sontuosi, quel periodo storico, ma soprattutto il carattere delle donne estensi: erano loro a decidere, non gli uomini. Erano loro a dire “Voglio quel terreno oltre il Po” e così hanno fatto la storia».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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