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Ecco Alberto Manfredi, l'espressionista reggiano

Reggio Emilia, l'incredibile collezione di Giacomo Riva in mostra a Palazzo Da Mosto 

REGGIO EMILIA. Occhi grandi e sognanti. Malinconici, forse. Qui e là un occhiolino, più sbadato che ammiccante. Donne spigolose che mostrano l’origine del mondo, alla Courbet, con una naturalezza elegante che non offende e anzi consola: perché così è e sempre dovrà essere. O forse perché così non è, dato che queste donne non hanno nulla di reale ma sono frutto della letteratura. Proprio come i paesaggi grandangolari, trasferiti sulla tela dai libri e dagli appunti presi durante i viaggi in treno.



Da sabato 14 ottobre al 14 gennaio Palazzo Da Mosto ospiterà la mostra “Alberto Manfredi. Dipinti 1953-2000”, una grande retrospettiva – curata da Sandro Parmiggiani e realizzata da Fondazione Palazzo Magnani, Fondazione Manodori e Credem – resa possibile dalla lungimirante sensibilità di Giacomo Riva, il più grande collezionista dell’artista reggiano.

È proprio lui a guidarci nel mondo di Manfredi – tra odalische, ritratti, paesaggi, animali, modelle – regalandoci preziosi suggerimenti («Osservate la trasparenza, guardate la maestria nel dipingere le calze velate di quella donna») e altrettanto preziosi ricordi. Come quella volta che, tra il serio e il faceto, chiese all’artista: ma perché dipingi sempre il pittore e la modella nello studio del pittore? E Manfredi gli rispose con il quadro – ipnotico – “Pittore, collezionista, modelle al piano bar” (1991) In cui i personaggi sono seduti in un café dal vago sapore francese. O come quando, sfidando il suo carattere imponente, gli disse: questo quadro non mi piace, è brutto.

Il collezionista Riva racconta la sua amicizia con Manfredi

Reggio Emilia, il collezionista Giacomo Riva racconta Alberto Manfredi REGGIO EMILIA. Il collezionista Giacomo Riva racconta la sua amicizia con il grande artista reggiano alla vigilia dell'inaugurazione della mostra antologica a Palazzo Da Mosto. La retrospettiva sarà visitabile dal 14 ottobre al 14 gennaio.

«Quella volta si arrabbiò parecchio – racconta Riva, ridendo – ma quel dipinto non gli era venuto bene. Inutile fingere. Manfredi dipingeva 6-7 quadri al mese, non di più, anche perché era molto impegnato in università: gli avevano dato una cattedra per merito all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Una volta al mese disponeva tutte le opere sui cavalletti e mi chiamava nel suo studio. Ci confrontavamo per ore, sempre dandoci del lei; lui mi chiamava Riva, io Professore. Negli anni, pur senza passare al tu, siamo diventati amici, al punto che potevo addirittura assistere alla creazione delle sue opere. Entravo in casa, raggiungevo lo studio e mi sedevo in poltrona: lui dipingeva ascoltando Mozart, ogni tanto si fermava, apriva un volume, leggeva qualcosa, poi subito ripartiva».

Ed eccole lì, le influenze dei libri: il periodo francese, russo, quello mitteleuropeo. «Era una persona estremamente colta – ci dice Riva – leggeva in continuazione. Quando discutevamo gli dicevo che, a forza di leggere, nella sua testa non era rimasto più niente di suo. Ma non c’era niente da fare, mi pungeva con una battuta e vinceva sempre lui».

Era anche un disegnatore eccezionale, afferma Riva indicando alcune incisioni. «Lo vidi per la prima volta nella libreria di Prandi. Fu lui a dirmi che Manfredi, che allora era giovane, sarebbe diventato il più grande incisore del ‘900, e infatti fu così. Per anni comprai sue incisioni, ma la mia collezione iniziò più tardi, nel 1973. Il corniciaio Galaverni aveva aperto una galleria in via dell’Aquila. Fu lui a convincermi ad acquistare un olio di Manfredi. Me ne fece vedere tre, li portai a casa e li appesi: tutti i quadri che vi erano attorno, ed erano opere di una certa importanza, sparirono al confronto, così tornai da Galaverni e li comprai tutti».

Da allora la casa di Riva si è riempita di opere del Professore: la sua raccolta conta circa 200 dipinti ad olio, 300 acquerelli e disegni, e oltre 700 incisioni e libri d’artista. «Quello che più mi piace di lui – afferma davanti al “Bicchiere di Grosz”, l’opera a cui Manfredi era più affezionato – è che la sua arte è rimasta figurativa. Il Manfredi maturo è espressionista, non feroce come i tedeschi, lo definirei mediterraneo. Ricorda vagamente il cubismo, ma nelle sue opere i volti e i corpi non vengono distrutti. Il senso di vertigine è dato dallo sfondo, che è sfasato: se si osservano i dipinti, si nota che una metà sembra tirare verso sinistra, l’altra verso destra».

E che dire degli acquerelli delicati, piccole gemme tra tele di grandi dimensioni: «Guardate questo ramarro – indica Riva – guardate quel pettirosso, la perfezione di quella libellula. Manfredi era, anzi è, inarrivabile: a differenza degli altri non colora dopo aver disegnato, ma disegna con il pennello, affondandolo nella tela come fosse un fioretto».

«A me i quadri hanno dato tanto piacere – conclude Riva salutandoci davanti alle tele in cui è presente anche lui, sempre vicino al Professore – e vorrei che di questo piacere potessero godere anche altri. Sono diventato, con i quadri, una persona diversa da quello che sarei stato senza di loro. E poi sono convinto che la mia collezione sia la storia di Manfredi come artista, che ora io posso tramandare alla nostra città».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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