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Ritorno sui monti naviganti con Scillitani e Rumiz

Il dvd del film girato in Appennino domani in vendita con la Gazzetta di Reggio Il regista: «Un ritorno alla bellezza per innamorarsi di nuovo del nostro Paese»

REGGIO EMILIA. C’è Nerina, la Fiat Topolino che nel 2006 accompagnò Paolo Rumiz nel viaggio sui “Monti naviganti”. C’è la voce fuori campo dello scrittore triestino. Ma soprattutto c’è l’urgenza di raccontare la periferia dell’Italia, o meglio la sua spina dorsale, a dieci anni da quel pellegrinaggio nella pancia del Paese.

«Perché quei luoghi ritenuti marginali nell’epoca del boom economico, ora, in tempo di crisi, sono fondamentali per un recupero delle nostre identità». È il regista reggiano Alessandro Scillitani a raccontare l’origine di “Ritorno sui monti naviganti”, il film che domani uscirà in allegato con la Gazzetta di Reggio ( 8.80 euro più il prezzo del quotidiano). «Si tratta di una ricerca delle piccole grandi vite di chi, anche e soprattutto in tempo di crisi economica, terremoti e post-terremoti, con la semplicità, il contatto con la natura, le idee e la voglia di costruire un mondo migliore, rappresenta il motore sano della nostra penisola».

Tornare sui passi di Rumiz, a 10 anni di distanza, percorrendo 1500 chilometri di Appennino dal passo di Cadibona all’Aspromonte. Perché?

«È un viaggio che andava fatto. Nel 2006 non conoscevo Paolo Rumiz, eppure il tema dell’abbandono, dello spopolamento e della successiva rinascita dei luoghi marginali mi era già molto caro. È stata la voglia di dare voce a chi difficilmente viene ascoltato e raccontato a farci incontrare. Nel 2016 abbiamo voluto realizzare un progetto che fosse l’anello di congiunzione di tutte le nostre collaborazioni. Così abbiamo contattato Roberto Righi, il proprietario della storica Nerina, e abbiamo ripercorso l’Appennino. Ma non si è trattato di un revival».

Cos’è cambiato dal 2006?

«I luoghi e soprattutto le persone. Abbiamo incontrato “vecchi” amici di Paolo – mi vengono in mente Marco Ciriello, Marco Revelli, Raffaele Nigro, Franco Arminio – ma anche storie nuove, come quella del cantautore Brunori, ad esempio. Abbiamo trovato tanti giovani».

Nonostante i continui tagli ai servizi? Impossibile non pensare alla chiusura del punto nascita a Castelnovo Monti…

«Paolo ripete spesso che la politica sembra accorgersi sempre tardi di ciò che è importante e che vale. Adesso c’è la tendenza a risparmiare, con l’accorpamento dei comuni, la chiusura degli ospedali, nonostante questo in tutto l’Appennino ci sono giovani che tornano sulle tracce dei nonni, riabitano le case di famiglia e ripopolano i paesi trovando un modo di vivere alternativo. Certo è che, senza pretendere tutti gli agi della città, se vengono a mancare le cose necessarie alla vita anche le persone più “coraggiose” non potranno che scappare dalle montagne. Ad esempio le pastore di Zeri, conosciute come “Le signore degli agnelli” sono dimezzate rispetto a dieci anni fa».

Come si può resistere, allora, all’abbandono?

«Con le idee e le tecnologie. Penso alla Fondazione Garrone, che si impegna per la valorizzazione del territorio. È difficile riuscirci, soprattutto perché, anche se esistono progetti ministeriali, i tempi di accesso ai fondi sono lunghissimi. Ma noi abbiamo raccolto testimonianze di persone che si sono rimboccate le maniche, senza cadere nella tipica reazione italiana: lamentarsi. Il loro è un ritorno alla bellezza. E la speranza è che anche chi vede il film possa riscoprire e tornare a innamorarsi di quello che di bello c’è nel nostro Paese, nonostante tutto il male che cerchiamo di fargli».

Qualche esempio di resistenza reggiano? Ce ne sono?

«Certo che sì. Abbiamo incontrato Giuliano Gabrini, 28 anni, laureato, che ha deciso di tornare a Carù di Villa Minozzo per fare quello che faceva suo nonno: il pastore. E ha voluto recuperare la Cornella bianca, razza autoctona ma ormai introvabile sulle nostre montagne. Altro esempio di resistenza è quello delle compagnie che hanno ripreso la tradizione antica del Maggio e mettono in scena spettacoli ispirati ai poemi cavallereschi, tramandati oralmente dai pastori. Altre storie del territorio sono state raccontate dal musicista Paolo Simonazzi, che restaura strumenti antichi e suona egregiamente la gironda».

A proposito di musica, come sempre oltre alle riprese si è occupato delle colonne sonore. Come nascono le sue melodie?

«Compongo durante il cammino. Di solito registro i suoni durante il viaggio con il mio iPhone, poi li trasformo in partitura e quindi in musica grazie ai miei fedeli collaboratori Tommi Prodi, Marco Macchi, Stefano Ferrari, Mimmo Fontana. Cerco sempre di raccontare le storie con la musica, perché fare un film significa mettersi in ascolto, ha a che fare con il ritmo».

Dopo “Ritorno ai monti naviganti”, cosa la aspetta?

«Con Paolo Rumiz ho appena ripercorso la disfatta di Caporetto dal punto di vista del nemico. A 100 anni esatti dalla battaglia
abbiamo seguito il diario della futura “Volpe del deserto” per rileggere una delle pagine più delicate, e cupe, della nostra storia. Anche questo film, che vedrà la luce a giorni, uscirà presto con la Gazzetta di Reggio e con Repubblica».

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