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Nel Giardino di Gabrina le “feritoie” di De Nisco

Grandi foglie intessute con materiale di recupero per osservare la natura esteriore e interiore

REGGIO EMILIA. Un intreccio naturale per combattere l’isolamento. Foglie, troppo grandi per essere reali, che però (ri)mettono in contatto con la realtà.

A realizzarle nel Giardino officinale di Gabrina/Orto sinergico Brancaleone, curati dall’Associazione Gramigna di Reggio Emilia, è stata l’artista Antonella De Nisco che nel corso della sua ricerca artistica ha teorizzato il Laai, laboratorio arte ambientale itinerante. «Un progetto sperimentale – spiega – che prevede la costruzione di installazioni territoriali che diventano luoghi di sosta, tane o nidi che modificano il nostro modo di vedere le cose e percepire lo spazio che ci circonda». Nell’intervento realizzato nel Giardino di Gabrina, dal titolo evocativo “FOGLIaTERRA”, è stata aiutata dalla psicoterapeuta Elena Iori e dai partecipanti al laboratorio – o meglio performance – di arte ambientale. Il risultato è stato un rammendo tra la città e i suoi abitanti. «In molte zone della nostra città – spiega De Nisco – l’eccessiva urbanizzazione, fatta di cordoli di cemento, cancelli e parcheggi, ha inghiottito gli spazi, lasciando poche possibilità di creare relazioni aperte tra persone e ambiente. La natura, in queste aree, è estremamente definita, eccessivamente delimitata, spesso è attraversata da camminamenti dove la gente passa ma non si ferma, non sosta e non osserva. Anche il Giardino officinale di Gabrina presentava in parte queste caratteristiche». Da qui l’idea di costruire luoghi in cui fermarsi, feritoie sicure attraverso cui osservare l’altro e l’altrove. Attraverso la tecnica dell’intreccio – da sempre cara alla De Nisco – sono state realizzate grandi foglie che, ora, svettano nel giardino come vele di imbarcazioni pronte a sfidare l’orizzonte. «Foglie-telaio – racconta l’artista – in cui le persone hanno scritto le proprie emozioni, creando intrecci con l’ambiente ma anche con la propria più intima natura». E se le installazioni sono effimere, non lo è il segno lasciato in chi ha partecipato alla performance e in chi, recandosi al Giardino officinale di Gabrina, si imbatterà
in queste strane composizioni. Nelle foglie della De Nisco ci sono il radicamento alla terra, l’amore ritrovato per se stessi, la capacità di guardare lontano senza dimenticare da dove veniamo. Ma c’è anche la scommessa a dilatarsi, per accogliere ciò che non si era pensato. (m.r.)

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