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A Gazzano di Villa Minozzo, dove Benedetti lasciò il cuore 

Nel borgo dell'Appennino reggiano era nata la nonna materna Zita. Qui Arrigo, fondatore de “L’Europeo” e de “L’Espresso”, combatté da partigiano e ambientò "Paura all'alba" 

VILLA MINOZZO. Una storia di giornali, di libri, di Resistenza, di giganti del ‘900 culturale italiano. Una storia con profondissime radici a Gazzano, frazione di Villa Minozzo nel crinale reggiano, che proprio in questa terra è poco nota, se non dimenticata.

Non si parla spesso nella nostra provincia di Arrigo Benedetti, fondatore de “L’Europeo” e de “L’Espresso”, partigiano, per poco tempo compagno di cella di Alcide Cervi. Qualche convegno, qualche iniziativa sporadica in occasione di una ristampa, ma per il sentire diffuso Benedetti non è “cosa reggiana”. E dire che era legatissimo a Gazzano, nell’alta valle del Dolo ai confini di Villa Minozzo, il paese di origine della nonna materna. Lì aveva vissuto anni cruciali durante la guerra, lì ha ambientato il suo romanzo più bello e conosciuto, “Paura all’alba”. E lì è sepolto, assieme alla moglie e ai figli, nel piccolo cimitero in cui ci si imbatte discendendo verso l’abitato.

Ad Arrigo (Giulio all’anagrafe) Benedetti si deve un bel pezzo di cultura popolare del secolo scorso. Per molti versi è il padre del rotocalco, ha contribuito in maniera decisiva a costruire il giornalismo di massa italiano del dopoguerra.

Nato a Lucca nel 1910, cresciuto in compagnia di Mario Pannunzio, viene scoperto da Leo Longanesi e Angelo Rizzoli nella Roma degli anniTrenta. È stato il primo direttore di “Oggi”, “L’Europeo”, “L’Espresso”, firma del “Messaggero”, del “Mattino”, della “Stampa”.

Nel mezzo di questo vortice Gazzano, quel borgo al confine con Modena segnato da una diga e dal fiume Dolo. Da lì arrivavano la nonna materna, Zita Agostinelli, e la zia Adalgisa, la vera figura di riferimento famigliare. Benedetti e la moglie Rina Gigli tornavano spesso a Gazzano e lì si rifugiarono nel 1943. Arrigo, antifascista convinto, non era ben visto dal regime e anche in montagna era attivo come poteva, aiutava soldati italiani in fuga dopo l’armistizio, militari alleati dispersi.

Un fermento che difficilmente poteva passare inosservato in una realtà così piccola. Nel Natale del 1943 si presenta nella sua casa la guardia repubblichina. Benedetti è arrestato assieme al parroco don Paolo Canovi: il giornalista ospitava in casa un soldato russo, il sacerdote uno inglese. Da Gazzano viene portato al carcere di San Tommaso a Reggio, deferito al tribunale militare di Bologna.

Finisce in cella con Alcide Cervi, papà dei sette fratelli, catturato assieme ai suoi figli fucilati proprio in quei giorni. Nei primi giorni del gennaio 1944 un bombardamento alleato distrugge buona parte del penitenziario cittadino, molti prigionieri riescono a scappare e fra loro vi sono propri Cervi e Benedetti. Finita la guerra, Arrigo mette su carta quell’esperienza in “Paura all’alba”, uno dei primi – e a oggi uno dei più efficaci e affascinanti – testi dedicati alla guerra e alla lotta di Liberazione.

Non si ferma lì, anzi. Fa nascere “L’Europeo” sempre nel 1945 e lo dirige sino al 1954, quando si scontra con la famiglia Rizzoli per la gestione del caso Montesi. Un anno di pausa e nel 1955 l’esplosione. Partecipa alla nascita del Partito Radicale assieme al vecchio amico Pannunzio e, assieme a Scalfari e con il sostegno economico di Angelo Olivetti, dà vita a “L’Espresso”, di cui sarà direttore

sino al 1963. Si lascia dietro una scia di grandi allievi: Scalfari, Cederna, Stille.

E Gazzano? Sempre presente: lui e Rina vi tornano spesso e vi seppelliscono il figlio Alberto, morto a soli 31 anni.

©RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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