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«Dinamismo alla città con Aterballetto Il motore è la cultura»

Gigi Cristoforetti s’insedierà in settembre e ha obiettivi chiari «Andare oltre i singoli spettacoli creando una rete nazionale» 

REGGIO EMILIA. Sarà operativo ufficialmente dal 1° settembre Gigi Cristoforetti, nuovo direttore della Fondazione Nazionale della Danza-Aterballetto. A lui in buona parte spetteranno le mansioni fino ad oggi ricoperte da Giovanni Ottolini. Bresciano, 55 anni, dal 2002 si occupa di Torinodanza e non appena ha avuto questo nuovo incarico ha iniziato ad occuparsene.

Cristoforetti, lei arriva a Reggio Emilia dopo aver trasformato Torinodanza in un festival di caratura internazionale. Che obiettivi ha?

«Arrivo alla Fondazione Nazionale della Danza da una sorta di “Eden” della cultura come Torino. Ma nulla è affascinante come il partecipare ad una fase che si apre. Sarà un’avventura per molti versi nuova. Spero di poter contribuire alla storia di Aterballetto proprio grazie al mio “non” essere uno specialista nella gestione di una compagnia, e al fatto che porterò una visione complessa».

Si spieghi meglio...

«Ho avuto modo di confrontarmi spesso e a lungo con il sindaco Luca Vecchi, e mi ritrovo nella sua visione di un futuro dinamico e innovativo. Reggio non diventerà probabilmente una città turistica tout court, ma la cultura è il motore nella costruzione di un’identità. Badi bene: penso soprattutto all’identità percepita da chi vive la città dall’interno. È un attimo e invece di percepire quella città aperta e dinamica che mi pare Reggio sia, si ripiega sull’autocommiserazione. Il mondo della cultura e dell’arte fanno la differenza tra il provincialismo di chi guarda al passato e la consapevolezza di chi partecipa all’oggi con uno sguardo puntato al futuro».

Nel futuro di Reggio cosa vede?

«Ho già intuito quale possa essere un limite della città, ma sento in molti l’energia per superarlo. Mai mi era capitato di sentirmi accolto come qui. Dal sindaco, in primo luogo, con l’assessore Raffaella Curioni, ma anche dalle istituzioni come Palazzo Magnani. E molto devo alle prime “visite guidate” che mi ha offerto il presidente uscente della Fondazione, Fabrizio Montanari».

Come è arrivato ad occuparsi di danza?

«Il mio è un percorso articolato: proprio mentre stavo decidendo di iniziare a lavorare in università dopo una laurea in storia contemporanea, ho accettato di diventare capo ufficio stampa in un teatro stabile. Poi, dopo aver scoperto l’universo di Pina Bausch, ma anche della nouvelle danse, sono diventato critico di danza, poi direttore di festival. Di danza ma anche di circo contemporaneo».

Della sua precedente esperienza alla guida di Torinodanza che cosa conserva?

«Torinodanza è diventato in questi anni il più importante festival italiano soprattutto grazie alla fortuna di trovarsi sotto l’ala del Teatro Stabile di Torino, e con il pieno sostegno di istituzioni come la Città, la Regione e la Compagnia di San Paolo. Sarà sempre un passaggio fondamentale della mia carriera. Ma vediamo ora come me la caverò a Reggio Emilia…».

Come ha trovato l’ambiente della Fondazione e la compagnia?

«L’avventura recente di Aterballetto, che ha saputo riconquistarsi un posto in Italia e in Europa grazie a Giovanni Ottolini e Cristina Bozzolini, mi è parsa straordinaria e devo dire che arrivo nel momento migliore. Non prima di averla invitata a Torino in diverse occasioni, ogni volta che il repertorio mi corrispondeva. Per il resto, conoscevo bene la qualità assoluta dei danzatori, ma non mi aspettavo l’alto livello professionale degli uffici. Sono in grado di seguirmi verso compiti più complessi e nuove direzioni di lavoro».

Come intende lavorare? Ha già qualche progetto in mente?

«Voglio provare a pensare allo sviluppo di nuovi spazi per la danza in Italia, e a un percorso che permetta di far corrispondere al dinamismo del settore un riconoscimento adeguato. So che la compagnia potrà portare qualità e bellezza ovunque verrà invitata, ma questo non è tutto. Perciò la prima novità è che noi diventeremo la Fondazione Nazionale della Danza nel senso più esteso: ci rapporteremo, cioè, non solo con chi ci programma, ma anche con l’intero sistema dello spettacolo dal vivo».

C’è dell’altro?

«Guardo in particolare ai teatri di prosa, che possono programmare la danza ma spesso non ne hanno le competenze, e temono di turbare il proprio pubblico con quel “misterioso contemporaneo” che in Italia deve ancora affermarsi compiutamente. Noi dobbiamo contribuire a cambiare questa situazione. Poi guardo a un sistema italiano nel quale esistono troppi compartimenti stagni. Noi ci impegneremo a trecentosessanta gradi non solo per lavorare di più nel sistema attuale, ma soprattutto per creare un sistema più dinamico nel quale la danza in generale – e noi per primi, certamente – troveremo un diverso irraggiamento».

Un obiettivo ambizioso...

«È il momento giusto e il posto giusto: in Italia il Mibact (Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, ndr) è sempre più attento e più consapevole dei cambiamenti necessari, e in poche regioni come l’Emilia Romagna c’è lo spirito e l’intelligenza istituzionale giusta per uno sforzo così importante».

Ma tornando alla città di Reggio, quali sono i problemi che ha trovato?

«Il lunedì a Reggio ci sono pochi ristoranti aperti… No, se scherzo è perché l’atteggiamento giusto di chi arriva in un posto nuovo è sempre quello di porsi degli obiettivi forti partendo dalla situazione data. Perciò non vedo problemi, ma limiti da superare. Quelli che separano le istituzioni e i pubblici tra di loro, quelli che frenano lo sviluppo per un desiderio di conservazione».

E dunque che cambiamenti vuole apportare?

«Soprattutto di visione, rovesciando la prospettiva tradizionale. A me interessa poco decidere internamente titoli e coreografi e poi provare a venderli all’esterno, ma mi propongo di condividere progetti, anche pluriennali, con partner con i quali iniziare un percorso.

Mi interessa, poi, che Aterballetto sia più presente in città, e che la città sia più presente in Fonderia: ci riusciremo solo aprendoci a dinamiche che vadano oltre il singolo spettacolo. Mi piacerebbe costruire un rapporto con tutto il sistema
culturale della città e con tutto il sistema dello spettacolo dal vivo italiano, andando oltre il conforto del vivere in una nicchia dorata. Per il resto, parlerò volentieri delle scelte artistiche accanto a Pompea Santoro, quando avremo l’occasione».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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