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«Vi racconto Santa Vittoria di Gualtieri, il paese dei cento violini» 

Syusy Blady innamorata di Reggio Emilia, dopo il film su Matilde di Canossa si occuperà di Santa Vittoria: «Colpa della musica e dello spirito cooperatore di questa terra»

GUALTIERI. «Quella dei Violini di Santa Vittoria non è una storia antica, è una storia moderna». Una storia degna di essere raccontata, decisamente, e a breve arriverà una nuova tappa, un libro scritto da Syusy Blady in uscita a settembre per Piemme.

La conduttrice e autrice bolognese, volto notissimo di tv e cinema, rimane in territorio reggiano, e dopo il lungo lavoro su Matilde di Canossa confluito nel docu-film “La Signora Matilde” ora si dedica a una delle storie più affascinanti della Bassa, quella del paese dei 100 violini, Santa Vittoria di Gualtieri. Un luogo in cui l’amore per la musica e la cooperazione si uniscono, camminano insieme in un percorso segnato da centinaia di vite di braccianti e agricoltori che nella musica trovano “redenzione” e spinta al futuro.

Dei Violini di Santa Vittoria si è scritto e detto molto. Lei come li ha incontrati?

«Parecchi anni fa ho conosciuto questa realtà, ascoltando un gruppo che ne portava in giro la musica, mi sono appassionata. Nel frattempo ho fatto altro, ma non l’ho mai dimenticata».

No?

«È sempre rimasta come “qualcosa da fare”, mi piacciono il forte legame con il periodo storico in cui la vicenda si snoda e l’aspetto musicale. Alla fine tutto questo è diventato un libro».


Che genere di libro? Un saggio, un romanzo? 

«È una storia romanzata e insieme documentata su Santa Vittoria e sui violini: parte dal 1840 fino ad arrivare al 1920, e poi prosegue, più velocemente, sino al dopoguerra. È romanzata ma non troppo».

Ha avuto difficoltà a ricostruire la vicenda?

«Il materiale non mancava, c’erano documenti scritti come il libro di Lanzafame “Socialismo a suon di valzer”, quello sulle cooperative di Castellani. Le conoscenze della guida Gianluca Torelli e ovviamente i musicisti dei Violini di oggi. E tanti aneddoti raccolti».

Aneddoti, dice. Di che tipo?

«Penso soprattutto alla testimonianza diretta di Ivonne Bagnoli, figlia di una dei principali e più conosciuti musicisti, Arnaldo Bagnoli».
Ha inserito anche queste persone nel libro?
«Eh sì, Ivonne, anche se è un po’ schiva, compare come testimone. Lei e sua madre sono un bell’esempio di donne della nostra Bassa».

Cosa intende?

«Hanno uno spirito così costruttivo, simpatico, a volte ironico, e allo stesso tempo sprizzano grande tenerezza e amore per quella terra, e per la storia di quella terra».

Torniamo alla storia. Ma cosa l’ha catturata?

«La storia dei violini è legata agli eventi storici, eventi che trovo molto contemporanei. Racconto di una forzata unità d’Italia, che è poi come la nostra forzata unità d’Europa. Ci sono fatti violenti, di sangue, guerre, tutto così vicino a quello che viviamo oggi. È una terra sempre in movimento, d’altronde da quelle parti è passato anche Mussolini, nel libro c’è anche lui».

Pur fondamentale, non si parla solo di musica, giusto?

«Questa è una storia di solidarietà contadina, bracciantile, di persone che arrivano a comprare la terra del padrone, a gestirla, è il tema della cooperazione».

A proposito di attualità...

«Oggi la cooperazione avrebbe bisogno di recuperare quella storia, quell’eroismo, quel senso autentico che era la necessità di sopravvivere in un mondo durissimo, al di là dei massimalismi. È una storia che ho voluto omaggiare anche nelle persone. La figura chiave è quella di Prospero Ragni, il fondatore della cooperativa di Santa Vittoria. Con un altro nome ma anche lui è presente, nel libro».

Il cammino si fermerà con il libro?

«No, anzi. C’è già la voglia di raccontarlo anche in altri modi, la nostra volontà è di andare anche su una docu-fiction che possa raccontare la storia anche in televisione».

È fiduciosa?

«Sì, anche perché come ho detto c’è davvero un’impressionante vicinanza con la nostra realtà odierna. Scrivendo sono rimasta colpita dai parallelismi sui conflitti, sulle condizioni economiche sociali».

E da quella storia del passato, che lezione possiamo imparare?

«L’esempio delle cooperative non va dimenticato, i cooperatori erano persone che facevano tutto suonando e ballando, quindi con allegria, perché non si poteva essere arrabbiati suonando

e cantando».

Altro mondo o altro approccio?
«Queste persone facevano tutto con lo spirito giusto, uno spirito da recuperare: mi piacerebbe ridare un’immagine di questi personaggi che erano tosti e tutto tranne che antichi».


©RIPRODUZIONE RISERVATA

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