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Il cunto antico di Mimmo Cuticchio a Reggio Emilia  

Fantasia e realtà si fondono all’Auditorium del Credem: «Sono un illusionista, creo immagini con la voce»

REGGIO EMILIA. Anche quando risponde alle domande, Mimmo Cuticchio racconta e incanta.

Il cuntastorie più grande del nostro tempo, erede e innovatore della tradizione siciliana del teatro dell’opera dei pupi sarà ospite giovedì 18 maggio (ore 21) all’Auditorium del Credem in via Emilia San Pietro nell’ambito di Reggionarra.

«Mi hanno chiesto il racconto – svela – e il mio spettacolo sarà un racconto senza pupi, ma con un narratore come faceva Omero. Io sono l’ultimo “cuntista”, narratore epico delle vicende cavalleresche, uso i modi e la tecnica tramandata dal medioevo. La voce è significato e significante, stimola l’immaginario e fa stare dentro al racconto, come in un film. Mi sento un illusionista: con le parole proietto immagini di fatti, luoghi e azioni. Sviluppo temi e mostro la storie mettendo sullo stesso piano fantasia e realtà».

Il cunto di Cuticchio si basa sulla modulazione della voce: tonante o carezzevole, aspra o struggente, si serve di ogni espediente della retorica e dei toni dell’oratoria, dalla declamazione nervosa all’andamento cantilenante. «Come cuntista del secolo – spiega – ho rinnovato negli anni il repertorio, creando anche storie attuali: sulla mafia, sulle vicende riguardanti Falcone e Borsellino, ma ho trattato anche vicende del passato come il racconto sulla Baronessa di Carini, su Maria d’Avalos uccisa dal marito, su Carlo Gesualdo da Venosa. E ancora, a proposito di storia recente, a settembre registrerò per la Rai un cunto sulla vita e la tragica morte di Piersanti Mattarella».

Cuticchio può raccontare qualsiasi cosa, ma a Reggio questa sera porterà un classico, uno degli antichi canti cavallereschi. «Presenterò un pezzo che si poteva sentire in Sicilia anche 200 anni fa. Narrerò le vicende dal punto di vista occidentale, ma tempo fa ho conosciuto un equivalente del mio mestiere in Grecia che raccontava dal punto di vista degli orientali; questo per me è stato importantissimo».

Mentre tiene tranquillo il suo vivace cagnolino Miele, non senza orgoglio, come se fosse una narrazione epica, Cuticchio illustra la sua origine di operante figlio del puparo palermitano Giacomo. Ma negli anni ’70 Mimmo trova nel cuntista e puparo Peppino Celano un altro orizzonte creativo, apprendendo, grazie a lui, le tecniche del cunto. «Peppino – racconta – è stato l’ultimo “cuntatore” legato alla tradizione ottocentesca. Pur essendo analfabeta aveva in repertorio ben 40 episodi che raccontava senza leggere. Io sono figlio di puparo, arte che ho appreso da mio padre ma dopo che ho conosciuto Peppino mi sono buttato nel racconto senza pupi. Da allora mi chiamano in molte parti ma io seleziono: accetto quando c’è una direzione artistica, quando esiste un progetto».

Oltre agli spettacoli, infatti, Cuticchio è spesso invitato a tenere corsi, incontri e conferenze. Venerdì 19 maggio, per esempio, sarà ospite della Fondazione Otello Sarzi per il percorso formativo, dal titolo “Il teatro di animazione come strumento di intervento in ambito educativo, sociale e medico-sanitario” realizzato con l’Università di Modena e Reggio.

«Il teatro – spiega Cuticchio – è una forma di educazione attraverso il buon uso delle parole e il suono delle voce: ogni uomo che apre un negozio dovrebbe studiare e capire l’uso delle parole e come usare la voce, perché i significati cambiano. Tutti dovrebbero parlare chiaro e sapere

cosa vogliono e cosa vogliamo. A proposito di lingua, questa sera parlerò l’italiano se il riferimento va ai re o ai nobili, e il siciliano per i popolani: la scelta della lingua riguarda le persone che la parlano ma non vuole ostacolare la comprensione del cunto. Anzi...».
 

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