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Vinicio Capossela «Torno a casa e vi canto le ombre» 

Martedì 21 marzo il cantautore farà tappa al teatro Valli di Reggio Emilia: «Su quel palco ho fatto il mio primo reading “ombroso”»

REGGIO EMILIA. Ombre di casa, ombre di racconto, cupe e oscure ma non sempre minacciose. Le disegnerà, la settimana prossima a Reggio, Vinicio Capossela. Con la sua voce, la sua musica così aggraziata e insieme disarticolata, e l’aiuto di alcuni maestri d’ombre.

Martedì 21 marzo il cantautore cresciuto a Scandiano, uno degli artisti più amati e apprezzati degli ultimi 25 anni di musica italiana, sarà al teatro Valli per la data casalinga del tour “Ombra. Canzoni della Cupa e altri spaventi”. Un lungo giro teatrale iniziato a febbraio, dedicato al secondo disco, “Ombre”, dell’ultimo doppio album, “Canzoni della Cupa”, uscito nel 2016, accompagnato da una rinnovata band e da esperti scenografi.

Dobbiamo avere paura di tutte queste ombre? 

«No, le ombre sono anche giocose, sono una delle prime cose con cui giochiamo da bambini, il teatro delle ombre mi ha sempre affascinato. E le prime prove di ombre le ho fatto proprio a Reggio».

Quando?
«Nel 2004, all’epoca c’era il festival REC, e proprio al Valli facemmo un reading “ombroso”».
 

Quindi saranno ombre familiari?
«Ho fatto un disco chiamato Canzoni della Cupa, dove la cupa è un sinonimo dell’ombra. Il bello dell’ombra è che non hai bisogno di andare in un bosco per trovarti in un bosco, permette di smaterializzare le cose. E di usare il nostro migliore scenografo, la nostra immaginazione».
 

Ha dovuto viaggiare, per trovare l’ispirazione?
«In realtà anche da noi, nel nostro Appennino, c’è sempre una zona dove non batte mai il sole. E dove non ci si vede bene. È lì che nascono le storie, le leggende. Lì nasce la nostra cultura popolare, orale, quella che oggi è in via di estinzione».
 

Zone che dalla sua Scandiano conosceva bene, no?
«Queste canzoni della cupa non si riferiscono proprio alla mia infanzia ma quasi. Scandiano è sotto all’Appennino, sono sempre stato più vicino a quella parte di Emilia, quella montuosa, rispetto a quella della pianura. La corriera che prendevo per andare a scuola veniva dalla montagna, anche le persone che c’erano sopra le sentivo più affini».
 

Un Capossela montuoso?
«Io non distinguerei l’Italia in Nord e Sud, come si fa di solito, ma fra quella montuosa, saccheggiata e spopolata, e quella delle città e delle coste. Queste zone montuose sono simili lungo tutta la spina dorsale d’Italia».
 

E sono piene d’ombre?
«Sì, ci siamo cresciuti, in queste ombre. E un altro che ha fatto un grande lavoro per raccontare queste zone d’ombre e di cupa è il grande Giovanni Lindo Ferretti, lui ha fatto una scelta molto chiara».
 

Sente affinità con lui?
«Trovo interessante il suo approccio. Viviamo in un mondo desacralizzato. Al di là della fede, che la natura sia espressione di qualcosa di sacro e ancestrale è importante. Ferretti è riuscito a dare spazio a questo aspetto».
 

E lei? In questa cupa reggiana ci sta bene?
«Per inclinazione e lavoro io sono un viaggiatore, però a casa ci sono sempre tornato volentieri. Per quindici anni ho fatto il concerto di Natale al Fuori Orario, nel giorno della casa e della famiglia per eccellenza. Per me era il modo migliore di tornare a casa».
 

Di Reggio città, invece, che ricordi ha?
«Se penso al Valli, penso alla caserma Zucchi, al tragitto che facevo quando andavo alla scuola del musica, e sono felicissimo di suonare proprio al Valli. Questo è un tour teatrale, e quello è il luogo perfetto».
 

Da reggiano di provincia, prova anche lei soggezione per “il teatro”?
«Eh sì, è il nostro Bolshoi, questo. Io li è dentro ci ho visto ballare Rudolf Nureyev».
 

Torniamo allo spettacolo. La scaletta sarà debitamente oscura?
«Ci saranno canzoni da ogni album, anche se ovviamente al centro ci saranno quelle dell’ultimo disco. Con le canzoni oscure, le Brucia Troia e il Minotauro, ma anche qualche scelta un poco diversa».
 

Ci saranno anche le “ombre” alla veneta?

I bicchierini di vino?
«Anche. Ci sarà il brano sull’ubriacatura del ciclope».
 

Queste ombre le vedremo anche in futuro?
«No, questo è uno spettacolo che si esaurisce qui, alla fine del tour. Chi vuole vederlo, venga adesso o mai più».

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