Quotidiani locali

basket serie a

Menetti: "La mia emozione nell'allenare la Pallacanestro Reggiana"

L'ex coach della Grissin Bon ripercorre la sua lunghissima esperienza nel club biancorosso

REGGIO EMILIA. "Ci ho pensato tante volte a come avrei voluto che fosse la mia uscita dalla Pallacanestro Reggiana e sono felice perché è andata come speravo. Ricorderò per sempre il magone che avevamo tutti, la presidente Ferrarini, il patron Landi e io, ma parlando siamo arrivati insieme alla conclusione che era il momento. Dopo aver raggiunto la semifinale d’Eurocup ho capito che quello sarebbe stato il punto più alto che avrei potuto raggiungere qui. È finita semplicemente perché era arrivato il momento».
Fa vivere immagini ed emozioni prima che raccontare una lunghissima storia di successi e di delusioni, l’allenatore reggiano Max Menetti ora che il cordone ombelicale con la società è stato tagliato.

Il filtro delle emozioni. E sono le emozioni ciò con cui filtra i ricordi. Così, non c’è l’impossibile tripla di tabella di Logan che gli negò lo scudetto in Gara 6 della finale 2015 a Sassari, ma l’attimo prima, quando: «Ho guardato il fondo della panchina e ho incrociato lo sguardo di Filippo Barozzi e Alessandro Dalla Salda, eravamo a +5 a 30” dalla fine e avevamo lo scudetto in mano».
E ancora l’abbraccio con lamoglie Pia e la figlia Alessia dopo la maledetta Gara 7 di due giorni dopo. «Più di tutto, di quella sera, ricordo il loro abbraccio alla fine della partita».
«Ma il mio rimpianto più grande - ammette - non sono le sconfitte, quelle due finali perse e lo scudetto sfiorato. Sul serio. È il non aver mai goduto in pieno le vittorie. Il non esserci mai resi pienamente conto di quello che stavamo facendo, dei risultati che ottenevamo ma anche di quanto stavamo muovendo in città. Ero incredulo nel vedere le immagini delle piazze piene».
Come ci fu totale incredulità nel leggere il messaggio di Ivan Paterlini, allora presidente, che lo sorprese un sabato mattina della tarda primavera 2011, preannunciandogli la sua incoronazione a head coach. «Tocca a te, mi scrisse. E sul momento neppure capii fino in fondo cosa il Pat volesse dirmi».
Se lì partì una magnifica galoppata, la storia emozionale di Menetti in biancorosso parte ben prima e si compone di fatti ma anche e soprattutto di persone. Un’infinità di persone: giocatori, dirigenti, tifosi, tecnici. Gente con cui lui, uomo-franchigia e punto fermo in società per una vita, ha lavorato, sofferto e pure vinto. Li cita tutti, gli uomini della sua storia, chiamandoli spesso per soprannome. Ghiacci è sempre Marione, Dalla Salda sempre e solo Alle, Ergelini è solo Leo. Pastarini è Gianni. Mitchell è Mike. Punto.
Non dimentica nessuno e niente, Max, soffermandosi sui tanti anni da vice, di Fabrizio Frates e il turbinio di sensazioni per la conquista della serie A, nel 2004. «Fu grandioso arrivarci a Ragusa, dopo aver visto svanire la possibilità di farlo con Jesi».
E fa rivivere in immagini la carriera: dall’unica sua esperienza lontano da Reggio, da vice, sempre di Frates a Montegranaro, fino ai passaggi più recenti. Dal ricordo del ds Pierfrancesco Betti, da poco scomparso, con cui - dice - «Ho sempre avuto un bel rapporto», agli uomini con i quali ha portato la nave nel porto sicuro della salvezza nel 2011 e che ha poi rimesso in mare e fatto veleggiare lontanissimo.
E qui, Max, cade. Perché ancora usa il tempo presente, nel raccontare. E a farglielo notare che il presente è ormai sfumato nel passato ha un attimo di smarrimento.

Esperienza totale. «Ogni singolo momento viene dedicato alla squadra, alla società» si lascia sfuggire, prima di correggersi in un: «Con Fro, Filippo e Alle abbiamo vissuto anni intensissimi. Gli ultimi otto anni sono stati totalizzanti. Stavamo insieme 24 ore al giorno: cene, viaggi, pre e post gare, tanti giorni in sede. E le cose goliardiche, i nostri riti. Abbiamo vissuto tutto a 360°, senza mai tirarci indietro».
Tutto è coinvolto: cuore, testa e pure pancia. Tanto che il primo insulto vero, dice di ricordarselo ancora benissimo.
«Dopo la sconfitta in Gara 2 con Brindisi nei quarti playoff 2015 sentii una urlo fortissimo arrivare da dietro la panchina.
«Vai a vincere adesso a Brindisi, c....».
Ci vinse poi davvero, Menetti, al pala Pentassuglia e quello fu il primo passo verso la scalata al tricolore, disgraziatamente interrottasi a un passo dall’obiettivo.
L’occasione sfuggì pure l’anno successivo, nella serie finale con Milano, cui la squadra arrivò dopo sette gare logoranti con Avellino. «Con Milano ho un rimpianto: forse, non ci abbiamo creduto abbastanza», dice, ripercorrendo con ordine la storia del club, che per lunghissimi tratti coincide con la sua personale.

L’esordio in panchina. La prima volta, in panchina è a soli 13 anni. Perché si sa che certe strade sono segnate. «Ero nelle giovanili della Pallacanestro Reggiana ed eravamo diretti a un torneo a Pescia. Eravamo in 13 e l’allenatore Domenico Beretti, che ora è fra gli sponsor del club, mi chiese se avrei preferito giocare o allenare. Io non ebbi dubbi. Per la prima volta mi trovai ad allenare e lo feci con i miei coetanei».
Ci prese gusto, Max, e passò a farlo sul serio già a 17 anni, sempre nelle giovanili della società reggiana. Poi, il primo brivido, la chiamata al ruolo di vice di Dado Lombardi, a 24 anni, nell’estate del ’97.

La serie A con Dado. «Pensarono a me perché ero giovane e inesperto - ride -. Dadone non aveva bisogno di personaggi ingombranti accanto. Fu un anno importantissimo, in cui vissi 24 ore al giorno accanto a lui, Mitchell, Montecchi, Pastori, Ragazzi. Gente che mi ha aiutato moltissimo nella crescita. Fu l’anno della prima semifinale scudetto della storia della Pallacanestro Reggiana. Non dimenticherò mai il boato dopo il canestro di Mike, su assist di Piero, in Gara 4, il più forte mai sentito in via Guasco. Sostanzialmente però quelle furono emozioni inconsapevoli ero giovane e a quell’età lì, non si vivono gli avvenimenti con piena coscienza».
«La mia crescita è passata dall’esperienza nel basket femminile. Ho allenato per quattro stagioni la Juvenilia, portandola dalla serie A2 all’A1. E allenare le donne è stato un altro passaggio fondamentale del mio percorso».

La caduta e la risalita. Poi il ritorno in Pallacanestro Reggiana. La promozione a capo allenatore sul campo in una delle tante stagioni tormentate che s’è trovato a vivere in carriera, quella 2006/07, la caduta e la retrocessione, amarissima, arrivata a Capo d’Orlando.
«Fu un anno maledetto: retrocedemmo a 24 punti e solo per differenza canestri, dopo lo scandalo del caso Lorbek. Fu molto doloroso per me».
Non venne però tagliato dal club in quel momento. Rientrò nei ranghi, trascorse anni ancora da vice, anche accanto a Marcelletti - «Un grande. Ne ho ricordi bellissimi» - fino alla nuova occasione arrivata nel 2010/11 al termine di una stagione stregata in cui gli allenatori cadevano come mosche e in cui l’incubo della retrocessione gli si ripresentò violentemente davanti.
«Eravamo a un passo dalla serie B e la salvezza dipendeva dal risultato della sfida fra Scafati e Verona. Seduto su quel cubo aspettavo di conoscere l'esito di quella gara e mi ripetevo: Non è giusto, non è può finire così. Non può succedere ancora».
Non accadde, poi, l’irreparabile. E quella salvezza conquistata sull’orlo dell’abisso, fu la prima delle “notti magiche” che seppe regalare al pubblico di via Guasco. E non solo.

Le notti magiche. Fu magica la notte del 30 aprile 2012, quelladella promozione in serie A.
Magica quella del 27 aprile 2014 al pala Dozza, con il coach in lacrime dopo la conquista del primo trofeo internazionale del club: l’Eurochallenge.
«Mia figlia era nata dieci giorni prima - ricorda - fu eccezionale aver vinto anche per quello. Fu bellissimo vedere i tifosi ad aspettarci sotto il ponte di Calatrava per celebrarci ».
Fu magico il cielo di Torino sotto il quale, il 27 settembre, 2015, sollevò la Supercoppa.
«Il nostro secondo titolo, che non ci godemmo mai davvero in pieno. Ricevevamo spesso lezioni d’ambizione, ma noi avevamo una mentalità particolare: dopo un successo ci ponevamo subito un altro obiettivo», dice.
Due titoli a coronare una favola iniziata da una paura che lo attanagliò una sera al Bigi sul cubo. Era il 6 maggio 2011.
E, sette anni più tardi, il 9 maggio 2018, l’ultima emozione biancorossa. Perché la sua avventura reggiana, Max, l’ha finita con un successo davanti a un Bigi sold out, nel derby con la Virtus.

Il futuro. E adesso? «Non mi pongo limiti. Sono pronto anche ad andare ad allenare all’estero, adesso non è come anni fa: la mia famiglia mi seguirebbe. In questi giorni mi sto alzando, per la prima volta dopo anni, con leggerezza, senza avere la preoccupazione per la Pallacanestro Reggiana. Perché non era solo l’allenare, solo

la partita. Era esser parte del club nel bene e nel male, era sentirne in pieno la responsabilità».
E sì, lo ammette, di aver vissuto qui «qualcosa di totalizzante, di...». Si ferma. Sembra confuso.
Di irripetibile, Max.
Irripetibile.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

I COMMENTI DEI LETTORI


Lascia un commento

TrovaRistorante

a Reggio Emilia Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGI E TESI DI LAUREA

Pubblica il tuo libro