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Giro d'Italia: il ramarro di Marastoni e l’edera della Rauler, la stirpe dei telaisti reggiani

È una storia di mani, quella del Giro a Reggio Emilia. Non di pedali, e nemmeno di polpacci e quadricipiti. Ma proprio di mani. Come quelle di Giannetto Cimurri, letteralmente “mano santa"

REGGIO EMILIA. È una storia di mani, quella del Giro a Reggio Emilia. Non di pedali, e nemmeno di polpacci e quadricipiti. Ma proprio di mani. Come quelle di Giannetto Cimurri, letteralmente “mano santa” per i campioni che si affidavano alle sue cure. O come quelle di Guglielmo Fanticini che sulla lavagna segnavano i tempi dei ciclisti e sul taccuino annotavano le peculiarità di questo o quel paese toccato dalla Carovana, per raccontarlo poi alla Radio del Giro.

Invero, in questi decenni di Corsa Rosa, altre mani hanno aggiunto altra poesia al Giro. Perché Reggio è terra di concretezza, al dire si è sempre preferito il fare. E sono le mani svelte e callose degli artigiani, dei “forgiatori di biciclette”, gente dai nomi unici come uniche, alla fine, erano le loro creazioni. Artigianali e - insieme - artistiche.
Parliamo di Licinio Marastoni, che non vedrà questo arrivo davanti a quella che fu la casa di Guglielmo Fanticini, perché se ne è andato nel 2015, a 93 anni, appena in tempo per ricevere - a suggello di una vita di fatiche e successi - il Primo Tricolore, massima onorificenza per un figlio di questa terra. Lui che dei tre colori era affezionato soprattutto al verde. Ma non un verde qualunque, il verde dei ramarri che sulle strade del giro ancora oggi prendono il sole nel silenzio che precede l’arrivo dei corridori (“tra una moto e l’altra c’è un silenzio che descriverti non saprei...” canta Paolo Conte).

Giro 2017: Reclus Gozzi, il maestro reggiano dei telai REGGIO EMILIA. La storia dei fratelli Gozzi, artigiani della bicicletta

l verde Marastoni è diventato negli anni il segno distintivo di uno dei migliori telaisti di tutti i tempi, così come un altro segno distintivo - e sempre di telaisti, sempre di figli di questa terra parliamo - è da considerarsi l’edera stilizzata delle biciclette Rauler. Che a dispetto del nome nascono a Reggio in via Abba e non in Germania, dalle mani di un artigiano disegnatore abile con il pantografo e di suo fratello metalmeccanico. I fratelli Raul e Reclus Gozzi. Il primo, Raul, si dilettava a disegnare fregi sul metallo, il secondo, Reclus era abile a saldare i tubi. Ernesto Colnago li vide all’opera e se ne innamorò, li chiamò a Milano, a lavorare per lui. Era il 1975: insieme i due fratelli sfornarono diverse biciclette per Colnago. Ma si presero anche qualche soddisfazione personale, creando le biciclette con il marchio Rauler, acronimo di Raul e delle prime due lettere di Reclus, ancorché rovesciate.

E crearono il loro simbolo, allungando le foglie del trifoglio di Colnago e facendole diventare un’edera, con dentro lo stemma di Reggio Emilia. «Eravamo di Reggio - dice oggi Reclus - ci sembrò naturale». Così mentre la Colnago pagava l’arte dei due fratelli e la marchiava con il suo trifoglio, l’officina di via Abba brulicava di giovani ciclisti e l’edera reggiana si prendeva comunque le sue soddisfazioni. Come quando nel 1984 a Los Angeles il dilettante modenese Claudio Vandelli vince l’Oro olimpico nella 100 chilometri. In sella a una Rauler. E se il campione del basket Roosvelt Bouie, sempre in quegli anni, dall’alto dei suoi 2 metri e 11 poteva girare per la città su una bici da corsa fu proprio grazie a una Rauler: «Una volta trovati i rubi rinforzari - ricorda Reclus - fu abbastanza facile». (m.s.)
 

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