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Aemilia 1996, «Con il giovane Grande Aracri libero il clan cutrese fece il salto di qualità»

Reggio Emilia: a dirlo è l'attuale pm di Aemilia. Ecco le motivazioni del Gip che 22 anni fa rigettò la carcerazione del futuro boss

REGGIO EMILIA. Il 19 agosto del 1997 fu rigettata dal gip di Bologna la richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata dalla Dda di Bologna per 22 persone pionieristicamente indagate come membri «di una organizzazione di tipo mafioso riconducibile alla riconosciuta cosca Dragone».

Non casi o reati singoli, quindi, come venivano trattati in genere, ma degli associati che insieme, a Reggio Emilia e dintorni, compivano truffe, ricettazioni, usura, estorsione, sfruttamento della prostituzion ...

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REGGIO EMILIA. Il 19 agosto del 1997 fu rigettata dal gip di Bologna la richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata dalla Dda di Bologna per 22 persone pionieristicamente indagate come membri «di una organizzazione di tipo mafioso riconducibile alla riconosciuta cosca Dragone».

Non casi o reati singoli, quindi, come venivano trattati in genere, ma degli associati che insieme, a Reggio Emilia e dintorni, compivano truffe, ricettazioni, usura, estorsione, sfruttamento della prostituzione (secondo lo schema del mascheramento della stessa nell’ambito della gestione di locali notturni), «nonché e principalmente, emissione di fatture per operazioni inesistenti, realizzate per mezzo di una struttura di controllo organizzativo attraverso studi professionali».

Assunto che veniva riportato nella corposa inchiesta del 1996, finita però nell’oblio nonostante contenesse parte consistente dell’impianto accusatorio dell’inchiesta Aemilia, quella contro la ’ndrangheta al Nord ora giunta a processo con 219 imputati. Ventidue anni prima, l’allora pm Carlo Ugolini aveva individuato un «unitario schema di controllo fondato sul regime tipico di intimidazione e solidarietà delle organizzazioni di matrice mafiosa», localizzato nella sua inchiesta del 1996 «a Reggio Emilia, Piacenza, Parma, Cremona ed altri luoghi fino al 1997». Un’inchiesta Aemilia prima di Aemilia, visto che i luoghi, i reati e le persone, erano in molti casi le stesse.

NON ERA COSA NOSTRA. Il Gip in quell’estate del 1997 aveva rigettato la richiesta di applicare le misure per i 22 indagati perché avrebbe «comportato per forza di cose il riconoscimento di un legame finalistico e quindi una stretta connessione tra l’associazione mafiosa operante in Calabria e quella a delinquere costituita in territorio emiliano e che, conseguentemente, trattandosi di delitti commessi al fine di agevolare l’attività della associazione mafiosa, la competenza territoriale doveva essere riconosciuta al giudice del capoluogo del Distretto in cui operava l’associazione principale (416 bis), trattandosi del reato più grave».

In pratica il Gip si considerava incompetente dal punto di vista territoriale, nonostante nell’inchiesta fossero citati gli omicidi del 1992 a Reggio e Brescello, considerati dal pm un regolamento di conti fuori dalla Calabria, prova del radicamento al Nord. Conclusioni alle quali si è giunti durante il processo Aemilia, in cui gli attuali pm della Dda hanno chiesto condanne per 1700 anni di carcere per i 148 imputati del dibattimento.

LE CONTESTAZIONI. Nel provvedimento il Gip riconobbe la complessità dell’indagine e l’impegno della Dda, sottolineando al contempo «la non adeguata riscontrabilità di alcune condotte illecite contestate agli indagati e la non sufficientemente provata riconducibilità di tali condotte ad una struttura associativa che ne beneficiava», come viene riportato in una ricostruzione in investigazioni più recenti.

Quelle vicende giudiziarie, pur non sortendo gli esiti sperati, avrebbero comunque determinato una certa disarticolazione nell’organizzazione emiliana che «dopo gli arresti del ’93 (di Raffaele Dragone, Giuseppe e Domenico Lucente), pur restando costantemente attiva nei settori principali, conobbe un momento di stasi dovuto alla costante ascesa di Nicolino Grande Aracri», scrive l’attuale pm del processo Aemilia Marco Mescolini nella sua richiesta per le misure cautelari.

In pratica il fiato sul collo messo allora dalla procura creò un allerta nel sodalizio, che non fu però annientato e, anzi, vide l’affermazione del futuro boss. «In Emilia infatti – prosegue Mescolini – con Grande Aracri il clan cutrese fece un salto di qualità non indifferente, proiettando i propri illeciti interessi al di là dei confini provinciali di Reggio Emilia e Modena, propagandosi alle vicine Piacenza e Cremona, superando i confini nazionali e giungendo ad operare in Svizzera e Germania».

INDAGATI ECCELLENTI. Tra quei 22 indagati c’era quindi Nicolino Grande Aracri. C’era poi Francesco Lamanna, già attivo nel Cremonese, dove è ora considerato un luogotenente del boss. Per non parlare di Antonio Dragone, lui sì già capo nel 1996 del clan cutrese, ucciso e quindi spodestato proprio per volontà del suo giovane braccio destro Grande Aracri.

Era indagato anche Antonio Macrì, detto “topino”, definito «il killer perfetto», che il pentito Antonio Valerio dice essere stato ucciso nel 2000 «perché si stava allargando troppo a Reggio» e che sarebbe stato seppellito a Cutro, a 17 metri di profondità «perché i rilevatori arrivano fino a 15». C’è poi il già citato (nel precedente articolo) Maurizio Foroni, indagato in maniera più defilata come semplice prestanome per il nightclub Cabaret di Modena, lontano dalla criminalità organizzata ma oggi considerato il re delle false fatture.

APPALTI E FATTURE. Nella vecchia inchiesta – che per semplicità abbiamo ribattezzato Aemilia 1996 – confluirono i risultati delle indagini condotte congiuntamente dal Reparto Operativo dei Carabinieri di Modena e dal Gico della Guardia di Finanza di Bologna.

Queste interessarono vari soggetti, originari di Cutro titolari di imprese edili di Reggio Emilia, «costituenti un gruppo omogeneo che, in virtù di accordi illeciti, si sarebbe aggiudicato appalti banditi da enti pubblici e privati locali grazie, sostanzialmente, ad offerte presentate con sensibili ribassi sulla base d’asta. I ribassi sarebbero stati resi possibili subappaltando l’esecuzione delle opere ad imprese fantasma, ossia a mere scatole vuote utilizzate esclusivamente allo scopo di realizzare una illecita attività finalizzata alla emissione di fatture per operazioni inesistenti.

Attraverso l’utilizzo di tali fatture fittizie le imprese edili di cui sopra sarebbero riuscite oltreché a contenere i costi di gestione anche soprattutto a riciclare denaro di illecita provenienza». Capitolo mai del tutto provato fino allo scoppio nel 2015 di Aemilia. —