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Aemilia, errore storico nel 1996 l’inchiesta gemella finì nell’oblio

La neonata Dda accese un faro su Reggio Emilia visto l’alto tasso di criminalità presente in provincia. Tra gli indagati c’erano gli allora sconosciuti Nicolino Grande Aracri e Maurizio Foroni

REGGIO EMILIA. Esiste un’altra inchiesta Aemilia prima di Aemilia. Non aveva quel nome ma era un’indagine pionieristica elaborata più di vent’anni fa dalla neonata Dda di Bologna. Ed era già tutto lì dentro o quasi: la ricostruzione dell’associazione mafiosa a Reggio Emilia, i primi milioni guadagnati con le false fatturazioni, l’usura, oltre a omicidi e droga a fiumi.

Ingredienti ora per buona parte al centro del maxi processo contro la ’ndrangheta Aemilia, il più grande processo di mafia ce ...

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REGGIO EMILIA. Esiste un’altra inchiesta Aemilia prima di Aemilia. Non aveva quel nome ma era un’indagine pionieristica elaborata più di vent’anni fa dalla neonata Dda di Bologna. Ed era già tutto lì dentro o quasi: la ricostruzione dell’associazione mafiosa a Reggio Emilia, i primi milioni guadagnati con le false fatturazioni, l’usura, oltre a omicidi e droga a fiumi.

Ingredienti ora per buona parte al centro del maxi processo contro la ’ndrangheta Aemilia, il più grande processo di mafia celebrato nel nord Italia, che conta 219 imputati e ha come epicentro dell’inchiesta Reggio Emilia e la cosca ionica Grande Aracri di Cutro. Un maxi processo che ha bollato la vita e la nomea di Reggio, ma che probabilmente non sarebbe stato necessario qualora si fosse dato corso all’inchiesta con 22 indagati del 1996, nella quale faceva i suoi primi ma determinanti passi Nicolino Grande Aracri, allora picciotto in ascesa. Nella stessa inchiesta, ma molto più defilato, era indagato anche Maurizio Foroni, allora considerato un semplice prestanome del night Cabaret di Modena.

Una volta che l’inchiesta arrivò davanti ai giudici emiliani, ne fu dichiarata l’incompetenza territoriale: «Questa è roba di calabresi e deve essere giudicata in Calabria». Da lì il nulla o quasi: per gli addetti ai lavori fu uno storico errore, perché era l’occasione per fermare l’ascesa delle mafie in Emilia. Passati gli anni, infatti, Grande Aracri si è imposto come boss indiscusso di Cutro, locale di ’ndrangheta egemone in Emilia con propaggini in Veneto. Foroni invece - frequentatore di pregiudicati ma che nulla ha a che fare con le mafie - è considerato oggi il re delle false fatturazioni, tornato in questi giorni alla ribalta dopo l’operazione della Guardia di Finanza che ha indagato 110 persone, sequestrando 234 milioni di euro tra beni e società. Due diverse figure chiave che rappresentano le due complesse facce del crimine che sta segnando l’attualità di Reggio Emilia: terra di mafia e capitale della falsa fatturazione.

AEMILIA 1996. L’inchiesta “Aemilia 1996” (la chiameremo così) è finita in soffitta, perché la neonata Dda di Bologna l’aveva elaborata al Nord chiedendo il carcere per i 22 al gip Bologna, che allora la bollarono come questione calabrese di competenza dei tribunali calabresi. Il contrario dell’assunto del radicamento che tiene in piedi l’attuale processo Aemilia, e che era già stata inquadrato dagli uomini dell’allora sostituto procuratore Carlo Ugolini, titolare dell’inchiesta. Anche per lui, infatti, la ’ndrangheta era chiaramente nata giù ma ormai si era saldamente ancorata al ricco Nord, specialmente a Reggio Emilia.

OMICIDI E CONFINO. Tutto parte nel 1992, poco dopo la creazione delle Direzioni Distrettuali Antimafia. Quella di Bologna venne investita di indagini riguardanti «la presenza di un sodalizio criminalmente qualificato, di origine cutrese ed operante, principalmente, nel territorio del circondario di Reggio Emilia», come viene riportato nella premessa dell’inchiesta.

Una presenza e un’influenza che si estendeva già allora «anche alle province di Parma, Modena e, fino a superare il Po, alle Province della Lombardia meridionale, quelle, appunto bagnate dal grande fiume». L’attenzione della procura bolognese venne attirata da alcuni omicidi di persone originarie di Cutro. «Tali omicidi oltre ad essere caratterizzati da una particolare efferatezza e freddezza nell’esecuzione produssero speciale allarme sociale anche in virtù della sistematicità con la quale gli stessi venivano consumati in terre che mai avevano conosciuto tale tipo di fenomeno» riportava il pm. Si tratta nello specifico dell’omicidio di Nicola Vasapollo a Reggio e di Giuseppe Ruggiero a Brescello.

Subito gli investigatori specializzati nel contrasto alla mafie capirono che si trattava di «una faida sorta in tempi ormai remoti fra due famiglie mafiose operanti nello scacchiere calabrese in precedenza indicato». Faide che in Calabria facevano decine di morti. Questi primi al Nord, però fecero rumore, salvo non trovare soluzione se non due anni fa, con l’inchiesta Aemilia 1992, cold case che ha portato a tre arresti eccellenti.

TROPPI CRIMINALI. A Reggio c’era poi Antonio Dragone, allora boss di Cutro al confino a Reggio Emilia. Una famiglia legata al narcotraffico. «Si è pure notato come fu grande la sorpresa di rinvenire una così forte presenza criminale nell’ambito di una Provincia - quale quella di Reggio Emilia - fra le più operose e ricche della Pianura Padana e quindi di tutto il nord d’Italia» scrisse la procura. A corroborare i sospetti furono alcuni collaboratori di giustizia.

L’attenzione degli inquirenti si focalizzò sul pregiudicato Giuseppe Muzzupappa e i suoi accoliti. Seguendo questa traccia si faceva insistente un altro nomequello di un certo “Nicolino”, detto “Mannuzza” o “Manu ’i gomma”. Era Nicolino Grande Aracri, persona che portò il pm Ugolini e gli stessi investigatori «particolare curiosità non esistendo evidenze di precedenti non solo penali ma anche di polizia che ne caratterizzassero la caratura secondo criteri di particolare rilievo».

Nel 1993 Grande Aracri risulta interlocutore telefonico dell’allora Centro Stiro Stampa di Carpi, società di copertura degli illeciti traffici del gruppo Dragone-Lucente. Una traccia minima, che sarà il trampolino per la sua ascesa nel clan, condannato poi per l’omicidio del boss Dragone, del quale era divenuto prima braccio destro.

LA VITTIMA DI GINO CAVALLO. Infine ci fu quello che gl investigatori considerarono a ragione un colpo di fortuna anche se a margine di una disgrazia. Il commissariato di Faenza segnalò nel 1996 alla Dda di Bologna e alla Criminalpol che una giovane donna aveva denunciato una grave violenza per mano di tale Luigi Frontera, che amava farsi chiamare Gino Cavallo (dal cognome del nonno). I due erano legati sentimentalmente e Frontera amava vantarsi degli affari illeciti dei cutresi e del clan che si era formato in Emilia.

La donna era un fiume in piena: ogni nome che tirava fuori era in quel momento al centro delle indagini. I riscontri collimavano. Lei diventò collaboratrice di giustizia e teste chiave. Ma l’inchiesta si arenò mentre la criminalità cutrese ebbe il via libera per prosperare fino all’argine posto dall’inchiesta Aemilia. —