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Processo Aemilia, «Chi è libero se condannato vada in cella»

Reggio Emilia, la richiesta è stata presentata da pm e riguarda gli imputati accusati di associazione mafiosa ora a piede libero

REGGIO EMILIA. Se verranno condannati in primo grado, decine di imputati del processo Aemilia ora a piede libero, potrebbero finire subito in prigione, senza attendere l’ultimo grado di giudizio. È quanto chiesto dai sostituti procuratori Marco Mescolini e Beatrice Ronchi durante la prima udienza di repliche concesse alla pubblica accusa. A finire nuovamente agli arresti potrebbero essere i fratelli Vertinelli - da poco usciti di galera - Luigi Muto, Giuseppe Iaquinta, Carmine Belfiore, Euge ...

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REGGIO EMILIA. Se verranno condannati in primo grado, decine di imputati del processo Aemilia ora a piede libero, potrebbero finire subito in prigione, senza attendere l’ultimo grado di giudizio. È quanto chiesto dai sostituti procuratori Marco Mescolini e Beatrice Ronchi durante la prima udienza di repliche concesse alla pubblica accusa. A finire nuovamente agli arresti potrebbero essere i fratelli Vertinelli - da poco usciti di galera - Luigi Muto, Giuseppe Iaquinta, Carmine Belfiore, Eugenio Sergio, Alfonso Paolini. Alcuni nomi tra i tanti, quelli forse più conosciuti per essere stati tirati in ballo più volte nel complesso processo contro la ’ndrangheta, ormai alle battute finali.

La richiesta di custodia cautelare in carcere è stata depositata ieri e riguarda quindi gli imputati eventualmente condannati nel processo Aemilia interessati dal primo capo di imputazione, quello più pesante, che riguarda l’associazione a delinquere di stampo mafioso. La maggior parte degli imputati, infatti, sono oggi a piede libero, spesso presenti alle udienze tra i banchi degli avvocati o quelli riservati al pubblico, a differenza di un’altra quarantina di imputati presenti in aula ma rinchiusi nelle celle allestite dentro l’aula bunker.

La giornata era partita con la difesa da parte del pm Ronchi dei pentiti “nati” nel processo Aemilia, vero grimaldello della procura antimafia per colmare i punti ciechi che fisiologicamente ci possono essere in un’indagine così composita e con oltre 200 imputati tra i vari riti e filoni.

«C’è stato il tentativo dei difensori di sottolineare una inattendibilità dei nostri collaboratori e in particolare Valerio e Muto» ha detto ieri Beatrice Ronchi, che ha preso per prima la parola.

«Riteniamo estremamente acclarata l’attendibilità dei collaboratori in relazione a quanto dichiarato» ha sottolineato Ronchi con accanto il collega Marco Mescolini.

La pm ricostruisce quindi ciò che gli avvocati hanno cercato di smontare durante le arringhe finali. Lo fa partendo da Valerio, collaboratore e teste chiave nel processo, accusato dagli avvocati di aver mentito nelle sue ricostruzioni, quando dichiarò di aver incontrato il senatore Filippo Berselli (allora coordinatore regionale del Pdl) alla cena del 21 marzo 2012 nel ristorante Antichi Sapori di Pasquale Brescia. «Mi disse il senatore: sono preparati i ragazzi, si può andare avanti», sono le parole di Valerio riportate da Ronchi: «Valerio non ha mentito, ha incontrato Berselli ma ha sbagliato solo date». —