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Elogio della politica del rinculo

L'editoriale del direttore della Gazzetta di Reggio Stefano Scansani

REGGIO EMILIA. Tutti parlano e nessuno legge. Un intero popolo – quello del bel canto, della brava gente e del “bel tacer non fu mai scritto” – è diventato logorroico, volgare, aggressivo. Anche davanti alla tragedia di Bologna. Anche di fronte all’ecatombe di Genova. Se il governo straparla e l’opposizione contrattacca con gli acuti è inevitabile che un abnorme conflitto di parole diventi il rumore di fondo della nazione. A tutti è consigliabile la lettura della “Histoire du silence” dello ...

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REGGIO EMILIA. Tutti parlano e nessuno legge. Un intero popolo – quello del bel canto, della brava gente e del “bel tacer non fu mai scritto” – è diventato logorroico, volgare, aggressivo. Anche davanti alla tragedia di Bologna. Anche di fronte all’ecatombe di Genova. Se il governo straparla e l’opposizione contrattacca con gli acuti è inevitabile che un abnorme conflitto di parole diventi il rumore di fondo della nazione. A tutti è consigliabile la lettura della “Histoire du silence” dello storico e sociologo francese Alain Corbin. Per lui il silenzio nella dimensione infantile è oggi identificato con la noia. Il silenzio invece è categoria dell’umanità, dell’intelligenza e della politica.

Nelle ore e nei giorni seguenti il crollo del Ponte Morandi di Genova non c’è stata una scansione temporale tra l’emergenza, il lutto, la riflessione, l’azione. Lo scaricabarile è stato repentino, s’è mossa l’elica delle accuse e l’affissione dei wanted, dei “ricercati”, è stata immediata. Quando ancora i soccorritori (l’unica vera e impagabile humanitas di questo Paese) erano e sono ancora al lavoro; quando ancora gli abitanti sotto il mastodonte precipitato stanno sfollando; quando ancora la magistratura doveva ipotizzare i reati; quando ancora non è finita la conta delle vittime.
 
Il grappolo di accuse – tutte da documentare – nei confronti dei governi passati e del colossale concessionario-finanziario della rete autostradale viene gridato con indubitabilità. La sveltezza delle imputazioni pare fatta apposta per otturare il silenzio e per impermeabilizzare questi ministri. Se fino a poco tempo fa valeva la frase di rito “lasciamo lavorare la magistratura”, “abbiamo fiducia nella giustizia”, “attendiamo gli esiti dell’inchiesta”, ora è alla moda la condanna sommaria. Così, estemporaneamente, a dimostrazione del detto-fatto, è  stato avviato il primo smontaggio del sistema. Con quali costi? Con quali alternative? Con quali incognite?
 
Finché sono Di Maio e Salvini a urlare “andremo fino in fondo” e “la pagheranno cara”, v’è poco da eccepire: scaldano le nuove masse, loro. Ma quando a dichiararsi è il chiarissimo professor Conte, che insegna diritto e fa il premier, il rumore diventa pure pericoloso. Perché va a gambe all’aria il principio di non colpevolezza e, ancor più grave, la separazione dei poteri. Conte il 15 agosto, ore 18,04, ha detto: “Non possiamo attendere i tempi della giustizia penale”.
 
A questo punto il governo dovrebbe fare una cosa davvero esecutiva: riformare la Giustizia, imprimere altri tempi e modi all’attività giudiziaria. E questo si fa con le leggi e non con i pronunciamenti sui social o di strada sposati dallo stesso Conte in data 11 agosto, ore 12, con quel suo video su Facebook, inatteso e vacuo (ma serviva per rintuzzare la grande agitazione digitale dei suoi vice).
 
Nel governare le emergenze e l’ordinario vi è dunque un deficit di sostanza, ma anche di forma. Questo è un frammento d’agenzia, ormai superato, del 16 agosto, ore 21,50: “La Lega ammorbidisce la minaccia della revoca, il M5s invece tira dritto senza fare sconti e Di Maio avverte che chi è contro la revoca dovrà passare sul suo cadavere”. 
 
E’ l’estrema sintesi del rinculo che è connaturato nel Consiglio dei ministri. Insieme, rincula la conoscenza del modo di dire “dovranno passare sul mio corpo” per diventare “dovranno passare sul mio cadavere” che è uno sproposito d’insensibilità dinnanzi a tanti morti sotto il pilone crollato. Rincula sulle carte che davano M5s contrario alla costruzione della Gronda e incredulo alla “favoletta del crollo del ponte”. Rincula il malfermo Pd. Rincula la compattezza del governo, quando Salvini prima spara e poi torna a toni moderati. Sparano e rinculano.
 
Il rinculo è la manovra all’indietro (retromarcia) di un quadrupede da lavoro o da guerra. E’ anche il movimento di un’arma da fuoco, contrario alla direzione del proiettile. E’ tutto un rinculo: sulla messa in stato d’accusa del Capo dello Stato, sui vaccini, sulla politica che viene prima della scienza, sugli 80 euro, sulla Legge Mancino, sul ritorno del servizio militare, sulla flat tax, sul reddito di cittadinanza, sulla ripartizione dei migranti. E staremo a vedere se lo stesso avverrà sulla revoca della concessione autostradale. Politica del frastuono. Dimenticavo un appunto: il libro di Corbin “Histoire du silence” non è stato ancora tradotto in italiano.