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«C’è una condanna che scagiona Lonetti»

Pasquale Muto, legale dell’imprenditore guastallese: «Non può essere giudicato due volte per lo stesso identico reato»





Il calabrese Sergio Lonetti, 38 anni, imprenditore nel campo dell’autotrasporto che vive a Guastalla, è finito nei guai nella maxi inchiesta Aemilia perché accusato dai pm di essere l’intestatario fittizio delle società “Intelligence Transport System srl” e “T.R.S. srl” (con tutti gli elementi presenti nei patrimoni aziendali). La prima ditta ha come oggetto sociale l’attività metalmeccanica e la vendita di prodotti per l’edilizia, la seconda l’attività di commercio all’ingrosso di legno, ...

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Il calabrese Sergio Lonetti, 38 anni, imprenditore nel campo dell’autotrasporto che vive a Guastalla, è finito nei guai nella maxi inchiesta Aemilia perché accusato dai pm di essere l’intestatario fittizio delle società “Intelligence Transport System srl” e “T.R.S. srl” (con tutti gli elementi presenti nei patrimoni aziendali). La prima ditta ha come oggetto sociale l’attività metalmeccanica e la vendita di prodotti per l’edilizia, la seconda l’attività di commercio all’ingrosso di legno, legnami e suoi derivati.



Due società – rispettivamente operative a Guastalla e Sorbolo (Parma) – che per l’accusa erano di fatto controllate e riconducibili all’imprenditore cutrese Giuseppe Giglio (ora è un pentito di ‘ndrangheta) che nel 2013 aveva agito in quel modo per eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali. Ma sulla posizione di Lonetti l’avvocato difensore Pasquale Muto – nell’arringa tenuta di recente nell’aula-bunker – ha sollevato una questione giuridica non di poco conto.



«Il mio assistito ha già riportato una condanna per l’intestazione fittizia delle predette società» ha spiegato a sorpresa il legale davanti alla Corte, facendo riferimento alla sentenza divenuta irrevocabile (non è stata appellata) emessa nel luglio 2017 dal gup Alberto Gamberini nell’ambito del rito abbreviato di Aemilia bis. «Lonetti è stato condannato a 1 anno e 6 mesi e 20 giorni di reclusione con l’esclusione dell’aggravante mafiosa – rimarca la difesa – peccato che l’accusa, pur sapendo di questa condanna, abbia chiesto 5 anni di reclusione».

E sulla base del principio giuridico del cosiddetto “ne bis in idem”, secondo cui nessuno può essere sottoposto ad un procedimento penale per il medesimo fatto, l’avvocato Muto ha chiesto il non doversi procedere per il suo assistito. —