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I nervi politici dalla canottiera all’abito scuro

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani. Da una parte ruspe e vaffa, dall’altra il rosolio Pd. La volgarizzazione dei linguaggi compie 30 anni

REGGIO EMILIA. Una delle abitudini che è venuta meno in tanti italiani è quella di essere consapevoli di ciò che dicono. C’è un deficit di etimologia, cioè di conoscenza del significato delle parole. Ne scrivo una soltanto: volgare, da volgo, latino vulgus. L’aggettivo ha due sensi. Il primo è caduto in disuso e quell’altro è resistente, addirittura grasso e sovrabbondante. Volgare vuol dire del popolo, e volgare classifica qualcosa di rozzo, ignorante. La parola si è germanizzata in volks e poi è passata all’anglosassone folk.

MODALITÀ VINCENTE
Le parole viaggiano, si trasformano, si confondono. Una conseguenza è nelle orecchie e sotto gli occhi di tutti: le parole popolare, volgare e folk sono rientrate clamorosamente in quest’epoca per pitturare in un sol colpo una certa maniera di fare politica. I sistemi del comunicare, criticare, aggredire, reagire sono da tempo volgari. Essendo sprofondata la cultura dei politici e aumentata la tensione dei cittadini, ecco che quella volgare risulta oggigiorno la modalità più facile e diretta, orecchiabile, dunque vincente.

TRENT’ANNI FA
Il volgarismo della politica può essere così strizzato da diventare un linguaggio dei segni. L’esordio risale a una trentina di anni fa. L’apripista fu Umberto Bossi. Ruppe le etichette con il suo dito medio, la pernacchia, l’apparizione in canottiera, lo sdoganamento di tanti termini allusivi al virilismo sessuale o all’umana fisiologia legati all’azione dell’allora Lega Nord.

CINQUE LETTERE
La cognizione della “comunicazione bruta” compie dunque tre decenni e va sempre più sprofondando. In ordine di tempo dopo Bossi è arrivato l’ispiratore del Movimento 5 Stelle Grillo che ha strizzato il proclama antisistema in sole cinque lettere: vaffa. In origine fu la parlata leghista a spaccare i codici linguistici della politica («Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il c...». 26 luglio 1997), dopodiché è stato Grillo a valicare le regole («Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno. Scopriremo tutti gli inciuci, gli inciucetti e gli inciucioni: quando illumini un ladro il ladro non ruba più!», 10 febbraio 2013). Rispetto a tali linguaggi abrasivi la predicazione rottamatoria di Renzi è stata letteraria, moderata, alla fine conservatrice. Un rosolio. Lui e il Pd non hanno inteso la tensione di risalita, e la stanno pagando.

PREVEDIBILE
Il chiaroveggente del pane al pane e del vino al vino, il leghistissimo Bossi partecipando nel 2016 ai funerali di Casaleggio aveva profetato l’incontro delle due rette parallele: «Ho sempre sentito affinità tra il Movimento 5 Stelle e la Lega. Casaleggio vedeva in internet lo strumento per collegare la politica alla gente e noi abbiamo inventato i gazebo, per lo stesso motivo. C’era qualcosa di simile tra noi».

UNA CONSEGUENZA
Come l’attuale crisi politica divenuta istituzionale è la conseguenza di una serie di avvenimenti al ribasso da destra a sinistra, così la cultura tra i politici e gli elettori va decadendo. Nel suo complesso il popolo italiano salda la rabbia al rigetto per le letture e gli approfondimenti, miscela la voglia di cambiamento con l’urlo e l’avventatezza. Anzi, col passo doppio, quindi con la contraddizione.

AGGRESSIVITÀ
Esempi, attualissimi? Il cambio di idee (forni e alleanze) ogni quarto d’ora; l’ambiguità su pro e contro europeismo ed euro; l’aggressività nei confronti delle regole e delle istituzioni; gli attacchi alla Presidenza della Repubblica; una fioritura di ingiurie, minacce, calunnie, e poi marce e retromarce, rabbie e sorrisi.

BUONO BUONO
I cittadini devono convincersi che per i leader la volgarizzazione è una strategia demagogica che va e viene a seconda delle evenienze. Il pentastellato di Maio una settimana fa dopo aver brandito la messa in stato d’accusa di Mattarella è diventato buono buono e probabilmente ha chiesto scusa al Presidente. Il leghista Salvini dopo mesi da ruspista e col rischio (vero) che la piazza andasse fuori controllo per il no del Quirinale a Savona, s’è trasfigurato in pacato aspirante statista. Il folk subentra al pop.

MILLE FELPE
Con l’esodo dall’opposizione alla maggioranza è già sopravvenuto il cambio d’abito, non soltanto per gli obblighi della cerimonia del giuramento a ridosso della Festa della Repubblica. Di Maio, nato con la camicia e la cravatta nel laboratorio Casaleggio & C., non appena fatto il governo è tornato a parlare un linguaggio di Stato. Salvini, uomo delle mille felpe, è penetrato nelle attillate vesti liturgiche ministeriali, e ha assunto un aplomb discorsivo suadente. Ciascuno promette di essere “ministro di tutti”, invocando l’unità di un Paese che loro hanno contribuito a spappolare, dividere, imbizzarrire, nevrotizzare, volgarizzare.

SISTEMA NERVOSO
Nei suoi programmi il governo gialloverde guidato da Giuseppe Conte dovrebbe impegnarsi per un relax del sistema nervoso del Paese. Sistema nervoso centrale e periferico che è stato il primo bersaglio della sconfinata e violenta campagna elettorale che nel web ha elevato anche analfabeti funzionali a fini costituzionalisti, ha sostituito il muggito all’eloquenza.

EDUCARE
Bisogna educare. Rispettare. Leggere. Capire. Il reggiano Matteo Incerti, che lavora nell’ufficio del gruppo M5S alla Camera, venerdì, dopo il via libera al governo gialloverde, ha digitato su Facebook questo invito: “Ora umiltà , umiltà, umiltà. C'è tanto lavoro da fare per gli italiani”. Passo all’etimologia, e chiudo. Umiltà deriva da umile, humus, terra in latino. Cioè partenza dal basso.

Il vocabolario Treccani tratteggia il significato: “Che non si esalta del proprio valore e dei proprî meriti, e si mostra invece sempre consapevole dei proprî limiti”. Così non saremo populisti, neanche volgari e nemmeno folk.
s.scansani@gazzettadireggio.it

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