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La gallina fra etica e dietetica

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, su vegani e veganesimo

REGGIO EMILIA. Appartengo a quella generazione – l’ultima – che mangiando carne sapeva da dove veniva e come avveniva, la morte. Perché l’ammazzamento a fini alimentari dell’animale (maiale, coniglio, gallina, faraona, anitra) avveniva in casa oppure nel perimetro conosciuto della strada, dell’orto, del paese. Stilettata al cuore, tiramento di collo, botta in testa.

Azioni che con la coscienza del poi e del dopo sono orribili. Ero anche uno di quei tipi che non mangiava le proprie galline perché le avevo osservate sotto cova, poi pulcini. Era insopportabile vederle, vecchie, trasformarsi nel brodo della festa. Per il resto mi sono nutrito e beato di brodi, bolliti e arrosti di galline sconosciute. Sì, opportunista, ipocrita, carnivoro.

Reggio Emilia, presidio vegano in centro con le maschere di Anonymous REGGIO EMILIA. In strada, con il volto coperto dalla maschera di Anonymous, resa famosa dal film “V per vendetta”, e armati di computer portatili per mostrare dei filmati. Un sit-in di sensibilizzazione, una vera e propria performance, dove gli attivisti staranno in piedi in silenzio, mostrando immagini riprese all’interno di allevamenti. Lo scopo: mostrare in che modo carne, uova e formaggi vengono prodotti e promuovere la dieta vegana. Succede in piazza Del Monte dove si è svolta la prima iniziativa a Reggio dell’associazione animalista “Anonymous for the voiceless”, nata in Australia e rapidamente diffusasi in tutto il mondo. L’esibizione, denominata “cube of truth”, avverrà in contemporanea con decine di altre città in tutto il mondo.

Questo è il mio argomento singolare-domenicale perché ieri, qui a Reggio, i vegani si sono mobilitati e in piazza hanno mostrato video sulla vita da bestie degli animali destinati alla nostra dieta carnea (latte e uova compresi). I vegani – derivano il loro nome dalla contrazione di vegetariani – rappresentano un credo alimentare che passa dal piatto al cosmo, dal broccoletto alla pace terrestre e celeste.

Vien quasi da immaginare che il mondo occidentale sazio e decotto, decidendo di fare a meno di Dio, abbia conservato però le trascendenze monastiche, gli impeti mistici, una varietà di voti legati a degli ordini spirituali. Che oggi vanno sotto il nome di crudisti, fruttariani, gluten free, no carb, vegetariani e appunto vegani. La propensione generale è quella al giardino dell’Eden che in termini meno archetipi e biblici significa l’equilibrio perfetto fra uomo e natura. Anzi, fra umanità e creature.

Questo fenomeno che cresce fra etica e dietetica è ben raccontato nel libro “Homo Dieteticus – Viaggio nelle tribù alimentari” scritto dal valente antropologo della contemporaneità Marino Niola, e pubblicato da Il Mulino nel 2015. Lampante la presentazione: “Così anticipiamo il giorno del giudizio e facciamo del dietologo una sorta di Dio giudice. O di Dio una sorta di dietologo improprio, che dispensa premi e castighi qui e ora. Ecco perché la dieta non è più una misura di benessere, ma una condizione dell'essere”.

Smetto di filosofeggiare (primum vivere, deinde philosophari). Segnalo allora materialmente che la manifestazione vegana con le ormai inevitabili maschere di Anonymous è avvenuta nella città capitale degli allevamenti suini mirati alle cosce per i prosciutti, delle stalle delle bovine da latte vocate alla produzione del formaggio più buono che c’è. Reggio da affettare, Reggio da grattugiare.

Una provocazione nel cuore del cappelletto in brodo only che – se ci pensate – è il concentrato assoluto della cultura avversata dai vegani: pennuti e bovini per realizzare il brodo, maiali e formaggio per fare il ripieno, uova per produrre la pasta. Guerra totale.

Il radicalismo in cucina non mi piace. Ancora peggio se la nutrizione o la tradizione alimentare subiscono distorsioni ideologiche o settarie. Ad esempio non è comprensibile perché i vegani e dintorni debbano ricorrere a una cucina mimetica, cioè quella che imita le polpette di carne ricorrendo alla soia, imita le preparazioni a base di formaggio lavorando il tofu.

Ciò significa che il subconscio non riconosce altri piatti all’infuori di quelli della cultura alimentare di provenienza. È il gioco delle controfigure vegetali. Così che una lattuga travestita o un’alga sotto mentite spoglie possono rispondere alla leptina e alla grelina, gli ormoni che regolano la sazietà e l'appetito.

Il veganesimo, però, va oltre la padella, e incrocia l’animalismo. Cosicché il sacrosanto impegno per il benessere animale, anche quello dei maiali destinati alla macellazione, si somma al cruelty-free (un’indigestione d’inglese). Tradotto: senza crudeltà, formula che garantisce prodotti cosmetici, igienici e alimentari che non sono stati testati su animali. Ciò vale anche per i cibi per cani e gatti.

A questo punto il misticismo dietetico s’avvita e l’uomo-padrone va in pace con la coscienza quando sa che il suo cane o il suo gatto si cibano di crocchette o paté cruelty-free. È la coscienza umana che pretende di dislocarsi in quelle animali.

Eppure il cane e il gatto sono predatori, carnivori e se non fossero umanizzati farebbero il loro primordiale mestiere: addenterebbero le vittime, vive. La domanda è banale: che cosa mangiano gli animali da compagnia dei vegani?

s.scansani@gazzettadireggio.it
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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