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Reggio a quarant'anni dal sequestro: quando in classe entrò la tragedia di Moro 

A scuola l'annuncio della strage commessa dalle Brigate Rosse. La ricerca di un'impossibile normalità e l'epilogo nella tensione della piazza

REGGIO EMILIA. Nel mese di marzo del 1978 il liceo scientifico Lazzaro Spallanzani, una delle scuole di eccellenza di Reggio Emilia, sta provvedendo alla sistemazione delle lavagne, che non sono ancora elettroniche ma fatte di ardesia. Incastonate nel muro a fianco alla cattedra, ci si scrive sopra con il gesso bianco. Per cancellare si usa uno spesso pannetto grigio incollato a un pezzo di legno, un ricettacolo per la polvere che si spande in classe ad ogni utilizzo.

Per riparare le lavagne ci vogliono i muratori e quindi fare lezione in classe è impossibile. Così, a turno, ci si sposta nel seminterrato, allestito come meglio si poteva. Si sta larghi, ma ascoltare i professori stando con la testa sotto i tubi degli scarichi mette un po’ di inquietudine.

Il 16 del mese, un giovedì, il seminterrato tocca a noi della terza D. Ventiquattro ragazzotti mischiati maschi e femmine, sistemati in modo da riprodurre il più possibile la disposizione dei banchi nella classe originaria, quella all’ultimo piano. Seconda parte della mattinata, lezione di matematica. Il professore è Mauro Canei, giovane e geniale, che ha la capacità di tenere alto il livello di attenzione anche se la materia si fa ostica. Siamo a metà della lezione quando qualcuno bussa. Il prof, com’è ovvio, dice “avanti”.

Non è il bidello, e non è neanche la segretaria della scuola. È uno un po’ più grande di noi, un ex dello Spalla. In molti lo conosciamo bene. È Ivan Levrini, a suo tempo studente eccezionale e ragazzo impegnato a portare la politica dentro la scuola. La politica di sinistra. Adesso è il segretario provinciale della Fgci, Federazione giovanile del Partito comunista, una realtà che accomuna svariate migliaia di giovani reggiani.

Ivan Levrini entra con una certa sicurezza, ma non ha in faccia il solito sorriso sornione. Si presenta e chiede al prof: “Scusi, potrebbe far uscire per qualche minuto Ivan Corradini?”.

L’altro Ivan – Corradini, appunto, un genio della matematica – è anche lui un attivista della Fgci. Qualcuno in classe ogni tanto, per prenderlo in giro, lo chiama “figiciotto”, parola che quando la si scrive si abbrevia in “figici8”. Dal mezzo della classe una voce maschile si rivolge a Levrini, ridendo: “Andate a divertirvi?”.

“Riderai meno quando saprai cos’è successo”.

Levrini gela tutti. A quel punto è il prof che rompe la tensione. “Beh, a questo punto dillo anche a noi cos’è successo”.

“Le Brigate rosse hanno rapito Aldo Moro e ucciso tutti gli uomini della sua scorta”.

I due Ivan escono insieme e se ne vanno, probabilmente verso la sede della Fgci, in via Toschi. Nel corso della giornata non li rivedremo più.

Manca ancora un po’ allo scadere dell’ora ma la lezione di matematica finisce lì. Nessuno ha la minima intenzione di stare attento a quel che dice il prof, e anche lui non ha più voglia di parlare di matematica. In compenso in classe si discute, e tanto. La politica è una faccenda che ci riguarda. Tutti sanno qual è il ruolo di Aldo Moro, tutti sanno cosa sono le Brigate Rosse ma pochi sanno “chi” sono davvero le Brigate rosse.

L’universo magmatico dei giovani e della politica trova il proprio specchio anche nel microcosmo di una semplice classe di liceo. Nella terza D del 1978 ci sono quelli di sinistra – ovviamente ciascuno con la propria sfumatura diversa, alla quale ciascuno tiene moltissimo – e ci sono quelli che presto andranno a votare la Dc; e per questi, invece, le sfumature non hanno quasi alcuna importanza. È la divisione che si ripropone ogni anno al momento delle elezioni scolastiche, quando si fronteggiano l’Uld (di sinistra) e gli Studenti democratici (di centro). Ci sono anche quelli della destra, che però non raccolgono granché.

Nella terza D si discute moltissimo, di politica e di tanto altro, ma nessuno alza mai la voce. Si smette quando si è sfiniti o quando si capisce che non ci si metterà mai d’accordo. Spesso anche le lezioni virano verso il dibattito, con qualche prof ben contento di lasciare la parola a noi anche se l’argomento non è esattamente quello curricolare.

Finita la matematica, la successiva e ultima ora di lezione di quel giovedì si chiude molto alla svelta. Non ci sono neppure i soliti capannelli di perditempo davanti alla porta del liceo, nel cortile. Si va a casa alla svelta, per accendere il televisore. Ma nessuno ci va da solo; finché è possibile si resta a gruppetti, fino a quando le strade si dividono o si arriva alla fermata del tram. C’è bisogno di parlare.

Un particolare stupisce. Reggio Emilia sta continuando a girare. Nelle strade passano le auto, nei negozi c’è chi compra e chi vende, sui marciapiedi la gente cammina. Pensavamo che tutto fosse fermo, in attesa di qualcosa. Che cosa, esattamente non lo sapevamo. Ma qualcosa doveva succedere, dopo quello che avevamo saputo. Invece non sta succedendo niente. Qualcosa di diverso però c’è. C’è meno rumore. Sembra che tutti abbiano fretta di arrivare da qualche parte.

A casa nessuno di noi ha modo di accendere il televisore, semplicemente perché è già acceso. Da un pezzo scorrono le immagini di via Fani. I volti della giornata sono tanti. Intanto quello di Bruno Vespa, che conduce l’edizione straordinaria di un Tg1 in cui però a passare alla storia è il volto di Paolo Frajese, l’uomo che con il suo servizio da via Fani, subito dopo la strage, scrive una grande pagina del giornalismo italiano. Poi c’è il volto di Aldo Moro. Poi ci sono i tanti volti di gente che non sai come si chiama, sono poliziotti o carabinieri; senz’altro anche qualche giudice. Sono tutti stravolti, non fanno altro che andare avanti e indietro dall’una all’altra delle macchine sfasciate dal mitra. Ci sono anche cinque corpi senza vita: di qualcuno il volto lo si vede ancora, di altri invece no.

Nei 55 giorni successivi, al liceo Spallanzani si cerca di fare in modo che la vita vada avanti come prima. C’è chi studia, c’è chi studia meno, chi prende 9, chi prende 5. Come sempre, in ogni scuola del mondo. Invece no. Non è tutto come prima.

Lo si vede da qualche piccolo particolare. Dieci secondi dopo l’inizio della ricreazione comincia a circolare la voce che è successo qualcosa di importante, si cercano particolari, si scende in segreteria, dove però non possono mica stare lì con la radio accesa. E quindi le notizie che Moro sia stato trovato o l’abbiano ammazzato non hanno mai una conferma in diretta. E perciò si corre sempre più veloci verso casa, dove il televisore continua ad essere acceso.

Le discussioni, se prima svariavano da un argomento all’altro, adesso hanno un tema unico: trattare o non trattare con le Br. I giornali li leggiamo tutti, anche se in classe non si portano. La terza D è un mondo piccolo ma non un mondo a parte: quelli di sinistra non vogliono sentire parlare di trattativa, sempre con qualche sfumatura di diversità; quelli di centro neppure loro la vogliono, però qualche dubbio sulla eticità di un sacrificio umano in nome della legalità alla fine affiora. C’è anche qualcuno, in netta minoranza, che è convinto che per salvare un uomo si debba parlare anche con le Br.

Proprio perché i giornali li leggiamo, c’è anche chi – di sinistra, ovviamente – si sente in un certo imbarazzo nel trovarsi sulle stesse posizioni messe nero su bianco da Indro Montanelli.

I 55 giorni se ne vanno e anche noi della terza D ci ritroviamo a tavola, ciascuno a casa propria, a guardare il Tg. Alla fine, già dopo l’ultima notizia, sul secondo canale Mario Pastore guarda un foglio che gli è stato passato e legge con una certa apprensione che a Roma in via Caetani è stata segnalata un’auto con dentro un corpo. Si teme che possa essere Moro. Il Tg si chiude ma pochi minuti dopo se ne apre un altro, straordinario. È proprio Moro.

Per una mezz’ora si sta davanti al televisore, e presto arrivano le immagini della R4 rossa, che però quasi tutti vedono grigia perché siamo in bianco e nero. C’è il cadavere, non c’è più niente da dire. Le discussioni sono finite.

Tanti di noi, racconteranno poi, vanno alla finestra, semplicemente a guardare fuori, per vedere cosa succede. Non succede ancora niente, salvo che a un sacco di finestre c’è gente che guarda fuori, per vedere cosa succede. Tra di noi, fra gli amici più stretti della terza D, comincia una serie di telefonate, ma nessuno risponde. Un po’ più tardi passa una macchina del Partito comunista con gli altoparlanti sul tetto: annuncia che ci sarà una grande manifestazione contro il terrorismo delle Br e in onore di Moro. Si capisce subito che qui non è una questione di essere comunisti o democristiani, qui è questione di essere cittadini italiani, di essere reggiani, di essere come noi della terza D dello Spallanzani che discutiamo senza mai alzare la voce.

Scendiamo in strada e ci ritroviamo senza esserci dati appuntamento. È una massa informe quella che si sposta per il centro, ma grande, e quasi silenziosa. Le regole non sono quelle dei cortei della sinistra, sempre rumorosi. Questa volta le regole cambiano, si è lì per qualcuno che non era di sinistra, le cose si fanno diversamente.

Piazza della Vittoria è piena sul serio e c’è anche tensione. I negozi hanno le serrande abbassate. Il padrone di un chioschetto vuole restare aperto per vendere le sue birrette per un morto ammazzato. La serranda gliela fanno abbassare.

Finita la manifestazione, non si sa bene

che cosa si debba fare. La gente resta lì a guardarsi, a parlare, a discutere di cosa accadrà adesso. A prendere una decisione è il cielo, che si apre rovesciando su Reggio Emilia un nubifragio. Si va a casa, dove il televisore è spento.

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