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Spionaggio, il dirigente perde in appello

Confermata la condanna per l’ex dipendente della Motor Power. Sutich: «Forte allerta, questi reati sono in aumento»

REGGIO EMILIA. Era già stato condannato a otto mesi in primo grado per accesso abusivo al sistema informatico, furto e rivelazione di segreti scientifici e industriali. Una sentenza alla quale aveva deciso di appellarsi, ma che è stata confermata a carico di Marco Manghi, 51enne ex dirigente della Motor Power Company Srl di Castelnovo Sotto.

Una “spy story” industriale iniziata quando il professionista nel marzo 2011 lascia l'azienda. Al momento di andarsene, però, si sarebbe fatto fare dei dvd con file che diceva di essere personali e che erano nell'hard disk del pc in dotazione al lavoro. Alla presenza sia del responsabile informatico sia del dimissionario, era stata effettuata la procedura di trasferimento dei file su un disco fisso esterno.

Durante l'operazione, aveva riferito anche un testimone in aula, più volte Manghi aveva provato a chiedere all'ex collega di cancellare dal pc che sarebbe rimasto in azienda le cartelle di file denominate “foto”, sostenendo che contenessero «cose compromettenti». Ma è lì che in azienda si sarebbero accorti che nella cartella non c'erano foto ma documenti.

Alla Motor Power scoprirono che Manghi si era portato via con quei dvd non file personali, ma - come ha sostenuto a processo l'accusa - progetti di motori, preventivi e una serie di email di Manghi con altri soggetti, tra cui clienti e concorrenti. E altre riguardanti la costituzione di una nuova società. Da qui il processo, con l'azienda costituitasi parte civile con l'avvocato Roberto Sutich, che lancia ora una allerta.

«C’è una escalation di casi riguardanti gli accessi abusivi da parte dei dipendenti delle aziende - spiega l’avvocato dello studio reggiano Sutich-Barbieri-Sutich - Molti sostengono di poter disporre liberamente delle informazioni contenute nei computer sui quali lavorano, o addirittura di poterne fare tesoro registrandole sulle chiavette usb portandosele via una volta fuoriusciti dall’azienda. Ma così non è e le sentenze, Cassazione compresa, lo rimarcano con forza.

Anche se qualcuno, per chiaro mandato lavorativo, ha contribuito a progettare quella tale macchina o aprire canali di vendita con quel tale cliente, non può portarsi via le informazioni con la scusa che era autorizzato all’accesso al pc o che basta una chiavetta per archiviare quelle informazioni. Si compie infatti un grave reato, che viene perseguito e punito. Reati che sono in forte crescita e che descrivono il tempo in cui viviamo, improntato sulla digitalizzazione, ma che proprio per questo sta attirando l’attenzione del legislatore e sta formando

indicazioni precise da parte della giurisprudenza su condanne e pene».

L’avvocato di Manghi, Nino Ruffini, aveva sempre respinto l’ipotesi di reato nei confronti dell’assistito, giunta ora al secondo grado di giudizio. (e.l.t.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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