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Reggio Emilia, «Addio Pd, gli operai votano 5Stelle e Lega»

Il segretario Guaitolini (Fiom): «Tagli agli ammortizzatori, riforma Fornero e Jobs act: così è collassato il sistema Reggio»

REGGIO EMILIA. «È collassato un intero sistema paese. Gli operai delle fabbriche reggiane hanno votato Movimento 5 Stelle senza disdegnare nemmeno la Lega di Salvini. E dire che c’era il tempo di cambiare rotta per il Pd: nel 2014 c’era stato l’ultimo avvertimento, quando alle regionali dell’Emilia-Romagna erano stati eletti con affluenza al 40% in una Regione dove era oltre il 60%. Una sconfitta fatta passare per vittoria senza autocritica. E questi sono i risultati».

Sergio Guaitolini fa migliaia di chilometri l’anno per passare in rassegna le assemblee che tengono banco nelle fabbriche reggiane. Quello è il compito primario del segretario della Fiom di Reggio Emilia, che ha visto arrivare in anticipo lo tsunami che ha travolto l’ex partito di maggioranza, il Pd, finito al tappeto. Ex tesserati o sostenitori dem hanno spostato la loro preferenza, in molti casi generazionale, premiando alle urne i partiti passati dalla minoranza alla maggioranza relativa, anche a Reggio Emilia.

«C’è un grave scoramento nel popolo della sinistra - dice Guaitolini - Anzi, di quello che resta, perché di sinistra non si può più parlare purtroppo. Era evidente che tanti lavoratori avrebbero votato il Movimento 5 stelle. Bastava fare un giro nelle fabbriche reggiane per percepirlo nell’aria. E tante preferenze sono andate anche alla Lega».

Il venerdì che precedeva le elezioni, quattro delegati della Fiom di Reggio avevano scritto ciascuno su un foglio le previsioni di voto. «E ci abbiamo preso basandoci su quanto ci dicevano i lavoratori», conferma il capo della Fiom, sigla reggiana delle tute blu che esprime uno dei massimi esponenti del sindacato nazionale, Maurizio Landini, e che esprime una componente prevalente nella segreteria della Camera del lavoro di Reggio Emilia. Insomma, la sinistra della sinistra, i cui iscritti ora guardano oltre il Pd.

«È palese la scorretta lettura di quello che era il disagio sociale che si vive - dice Guaitolini - Nel mondo reale anche chi lavora ormai è considerato destinato all’impoverimento. Figuriamoci chi ha un lavoro precario, o chi non riesce più ad averne uno. C’è una lontananza, tra un pezzo del paese che dichiara la ripresa nei numeri e chi fatica a stare a galla, che segna una frattura. Anche da noi chi ha perso il lavoro a 40 anni è rientrato ma come precario, chi era oltre i 50 anni non è rimasto al palo. Il tutto con una riforma delle pensioni folle, che sposta l’età pensionabile oltre la vecchiaia e calcola assegni sempre più bassi».

Il gong era suonato forte quindi nei luoghi di lavoro, frequentati dalla politica più ai tagli dei nastri che per scongiurare le crisi degli ultimi anni. «Ma anche nei nostri paesi c'era la netta percezione di un Pd che non rispecchiava più quello che è il sentire delle persone - sentenzia il sindacalista – C’è stato anche il tentativo di LeU che è stato certamente percepito come un distacco ma ritardato. Un tentativo all'ultimo momento di recuperare ma con persone note come Bersani e D’Alema, che avevano condiviso riforme sbagliate. Ecco allora che nelle fabbriche si è votato 5 stelle, che con i suoi difetti e i suoi problemi è stato più concreto nelle risposte».

Messo all’indice c’è il cuore della politica economica di questi anni, soprattutto in tema di lavoro. «Partiamo dal Jobs act, dai licenziamenti in massa concessi a multinazionali che si permettono di acquisire stabilimenti e chiuderli nel giro di pochi mesi, come visto qui con la Terex di Brescello. Poi arriva Calenda che si impegna per evitare il peggio alla Embraco, ma arriva a tempo scaduto».

Sono in molti, poi, che parlano di reddito di cittadinanza come della misura più di sinistra degli ultimi tempi. «È vero anche se come Fiom parlavamo di un reddito di dignità, di una salvaguardia per chi è alla ricerca di un posto di lavoro. Non è un tabù anche se quantità e modalità sono tutte da discutere. Noi invece abbiamo uno Stato che si dice civile e democratico e cosa fa?

Nel periodo di peggiore crisi cancella la cassa integrazione per cessazione dell’attività, riduce la mobilità dei 3 anni e poi mette la Naspi che dura 2 anni, senza accompagnare poi le persona nella ricerca di un lavoro. Avallare una riforma che taglia gli ammortizzatori sociali sui più deboli ha avuto un effetto concreto. C’è una politica a doppia velocità, che lascia il conto finale in mano ai lavoratori.

E non parliamo di assistenzialismo: diciamolo chiaro. I centri per l’impiego non funzionano: ci si va solo per la domanda di disoccupazione. Il resto sono conoscenze e agenzie che guadagnano nel cercarti il lavoro. È lì che la gente

perde la fiducia nell’establishment. È il crollo del Pd ma anche di Forza Italia. Salvini ne fa parte ma è riuscito a giocare sui mal di pancia scaricando problemi di chi stava male su chi sta ancora peggio. Meglio se la sinistra trova un accordo per punti con i 5 stelle».
 

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