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Botte alla moglie, il nomade resta in cella

Il giudice ha respinto la scarcerazione del 24enne: l’influenza dei parenti di lui è negativa e rischiosa

REGGIO EMILIA. Resta in carcere il 24enne nomade protagonista di pestaggi reiterati sulla moglie, in stato di gravidanza, così violenti che la donna aveva poi abortito. Il Gip Luca Ramponi ha rigettato la richiesta degli arresti domiciliari presentata dall’avvocato difensore Liborio Cataliotti: l’uomo al momento resta dietro le sbarre.

Interessante la motivazione fornita dal giudice, che ha ritenuto i domiciliari nel campo nomadi un luogo di per sé inadeguato. La moglie è già stata allontanata e si trova ora in una struttura protetta, insieme ai figli piccoli; ma ad essere rischiosa per il giovane, secondo il provvedimento, sarebbe la vicinanza con i suoi stessi familiari, l’influenza dei quali è da evitare.

«Abbiamo già depositato il ricorso al Tribunale della Libertà, non corredato da motivazione perché, alla luce delle osservazioni del giudice, i congiunti del mio assistito stanno cercando un alloggio più consono e soprattutto estraneo al nucleo familiare», commenta l’avvocato Cataliotti. Quest’ultimo precisa che il 24enne è accusato dei reati di lesioni personali, maltrattamenti e sequestro di persona ai danni della moglie, ma non di procurato aborto. La donna nella sua narrazione aveva dichiarato: «Mi ha picchiato talmente tanto, anche durante la gravidanza, che poi ho perso il figlio: può darsi che la causa sia stata quella». «La stessa vittima ha usato una formula dubitativa – spiega il legale – Ma non è affatto pacifica la causa-effetto e ad oggi non c’è nessun atto d’indagine in questo senso».

La triste vicenda familiare era stata scoperchiata l’8 dicembre scorso dai carabinieri di Gattatico che, in trasferta nel campo nomadi cittadino di via Antonio da Genova, avevano trovato oltre un chilo di droga. I carabinieri avevano approfondito gli accertamenti su un gruppo di nomadi, tra i quali il 24enne, scoprendo la condotta violentissima di quest’ultimo ai danni della moglie 20enne, estranea alla comunità sinti. La giovane si è aperta con l’Arma e ha raccontato il suo calvario, iniziato nel settembre 2015, quando era andata a convivere nella roulotte di via Da Genova. Subito era diventata oggetto di schiaffi, pugni, dita

fratturate, trascinamenti per i capelli, coltelli da cucina puntati alla gola, senza parlare del fatto che la giovane era costretta a rubare. Nel settembre 2015 il pestaggio peggiore, conclusosi in ospedale dove la donna aveva perso il bambino che portava in grembo. (am.p.)

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