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La contadina che scrive “Con voce di bambina”

Maria Montanari, settant’anni, coltiva erbe spontanee e racconta storie L’ha scoperta Pina Tromellini studiando il legame tra donne e autobiografia

REGGIO EMILIA. Donne che scrivono del lavoro, della famiglia, del padre, del madre. Donne che mettono nero su bianco le tribolazioni di una vita frenetica, o di una terribilmente costretta. Donne che parlano di perdite, così dolorose da bruciare il foglio. Donne che parlano di sé.

Pina Tromellini, scrittrice e pedagogista, sta raccogliendo le storie delle reggiane, «storie che riportano a galla una dimensione che, se non facciamo nulla, rischia di rimanere chiusa in un inutile recinto». Al momento sono stati catalogati circa una quarantina di libri: diari, romanzi, poesie, racconti… «Una risorsa che meraviglia», spiega Tromellini. E la sorpresa è che la maggior parte di queste donne si è avventurata nell’autobiografia.

Un esempio è quello di Maria Montanari, che è una contadina, e da sempre scrive.

«Fosti come foglia d’autunno che si staccò dal ramo ma era primavera e lasciasti questo mio cuore rigato di gocce amare. Ho scritto questa prima poesia a vent’anni – ci racconta con la voce rotta, ancora adesso che di anni ne ha settanta – Una poesia molto dolorosa, dedicata al bambino che ho perso, aveva appena 15 mesi». A quei versi sono seguite favole, novelle, tante altre poesie. Poi, nel 2004, Maria ha sentito il bisogno di raccontare la sua vita. «La protagonista si chiama Marella come la moglie di Agnelli, che mi sembrava una persona squisita – ci dice – ma in realtà sono io. Il romanzo è rimasto nel cassetto per un bel po’ di tempo, poi ho incontrato Pina Tromellini e l’abbiamo pubblicato». S’intitola “Con voce di bambina” ed è la porta d’ingresso in un mondo che ora non c’è più: «Parlo della mia famiglia, dove il nonno era il padrone e i figli i servitori. Racconto come mi sono ribellata a quel contesto. Ma anche di come si viveva: allora mancavano tante cose ma quelle che c’erano erano preziose, non si buttava via niente».

A differenza delle altre donne intervistate da Pina Tromellini, per Maria Montanari scrivere la sua autobiografia non è stato difficile: «Il racconto è venuto da sè, le parole scivolavano via da sole. Io scrivo in modo molto elementare – dice quasi scusandosi – ma scrivo quello che mi va e solo quando ho voglia. Soprattutto scrivo quando ho qualcosa da dire, perché le cose non te le inventi». All’inizio di tutto c’è l’esperienza, spesso la terra. «Sono figlia di contadini, sono sempre stata in mezzo alla natura e ho amato la terra spesso più delle persone. La natura e la terra mi ispirano, entrano nella mia scrittura». Come quella volta che, raccogliendo i riccioni, ha avuto un incontro – terribile – con un cane. «Avevo cinque anni – racconta – e vivevo con mia zia. Lei aveva un bimbo piccolo, non poteva lavorare nei campi, così ha mandato me a raccogliere i riccioni. Io sto riempiendo la mia borsa quando sento una voce che grida “Billy torna indietro”, mi volto e vedo un cane. Non so se sia stato per l’urlo del padrone, ma a due metri da me l’animale si ferma. Io resto nel campo immobile, non riesco a muovermi. Viene sera, sono ancora lì. Mia zia si preoccupa non vedendomi tornare, viene a cercarmi e mi vede impietrita, incapace di muovere un passo». Oggi Maria – che continua a coltivare la sua terra, a Baiso – i riccioni li vende in piazza Fontanesi al sabato mattina, quando c’è il Mercato contadino, insieme ad ortaggi e tante altre erbe spontanee. «Il passato è tornato nel presente», ci dice ridendo, ormai senza paura.

«Maria e le altre donne hanno trovato la loro dimensione scrivendo – spiega Pina Tromellini – e io vorrei raccogliere le loro storie, proteggerle, rilanciarle, dar loro il posto che si meritano. Abbiamo già iniziato a farlo con il gruppo di lettura DoRa (l’acronimo sta per Donna Racconta) che una volta al mese si incontra alla biblioteca di Rosta Nuova per leggere un libro di un’autrice reggiana e uno di una scrittrice del panorama nazionale. Presto attorno al gruppo nasceranno altri eventi: in cantiere un corso per imparare a scrivere di sé (ma in forma breve, riempiendo al massimo una-due pagine), e poi altre letture nelle case del quartiere». Una ricerca di linguaggi al femminile, per rendere visibile l’invisibile, ma soprattutto un’appassionata ricerca di storie di donne.

D’altra

parte – come scriveva Bradamante, lasciando i panni di Suor Teodora, nel Cavaliere Inesistente di Calvino – «La pagina ha il suo bene solo quando la volti e c’è la vita dietro che spinge e scompiglia tutti i fogli del libro».

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