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Parmigiano Reggiano, Reggio Emilia tenta il sorpasso su Parma

Nel consorzio la produzione di montagna cresce più di quella di pianura. Al top l’Appennino reggiano che punta al record

REGGIO EMILIA. Continua la corsa del Parmigiano Reggiano e lo fa nel periodo più nero delle quotazioni del Grana Padano. L’incremento produttivo del Parmigiano della montagna è davvero incoraggiante anche se parte del latte è di pianura. Il livello produttivo generale è considerato da primato e se continua così anche nel 2018 – dicono i casari – Reggio Emilia sorpasserà Parma per numero di forme prodotte. Un sorpasso epocale che non sembra così distante. Tra gennaio e dicembre 2017, a Parma sono state prodotte 1,2 milioni di forme, appena 61mila in più rispetto a Reggio, dove però la produzione è cresciuta del 7,3% sull’anno prima contro il 3,2% di Parma.

L’eventuale sorpasso rappresenterebbe solo una notazione storica, essendo già stabiliti i nuovi equilibri con la nomina del presidente Nicola Bertinelli, parmigiano che sta impartendo una svolta al consorzio di tutela. Ma sarebbe comunque indicativo in un sistema a circuito chiuso come è la Dop.

Il dato conferma comunque gli sforzi fatti per la promozione delle varie tipologie di produzione all’interno del consorzio del re dei formaggi. Segno ne è il maggiore aumento di produzione a fine dicembre 2017 registrato nei caseifici collocati nell’area montana tra Parma, Reggio e Modena (+8,1%), seguiti da quelli collocati nell’alta pianura (6,1%) e bassa pianura (3,1%). Ma è altrettanto interessante notare che questo aumento non sia legato a un altrettanto proporzionale aumento del latte prodotto nelle aziende agricole del comprensorio montano.

La dinamica è contenuta nel report del Consorzio per la Tutela del Parmigiano Reggiano, reso noto a metà gennaio, con il riepilogo dei dati di produzione comunicati dai caseifici al 31 dicembre 2017, coi quali si chiude l’annata 2017. La produzione del mese di dicembre, con 313.517 forme prodotte contro le 297.441 del dicembre 2016, rileva un aumento produttivo del 5,4%.

La provincia dove si registra il maggior aumento è Bologna, con un +22,6%, che ha segnato un vero e proprio boom ma che conta appena 9 caseifici, contro i 151 caseifici di Parma e i 91 di Reggio Emilia.

La produzione media giornaliera a dicembre è stata di 9.839 forme/giorno contro le 9.666 forme/giorno del mese precedente (novembre 2017) e le 9.280 forme/giorno del dicembre 2016.

La produzione annuale del 2017 si attesta, pertanto, a 3.650.559 forme con 180.694 forme in più rispetto al 2016 (+5,2%), livello produttivo mai raggiunto dal formaggio Parmigiano Reggiano che, nonostante questo dato fondamentale per capire l’evoluzione e la tendenza dei mercati, sta continuando a dimostrare in questi mesi un livello di prezzo interessante per i produttori.

Al periodo brillante vissuto dal Parmigiano Reggiano fa da contraltare invece le quotazioni del Grana Padano, che a gennaio ha toccato il livello più basso degli ultimi 8 anni, attestandosi a 6,10 euro al chilo per la stagionatura di 10 mesi alla produzione. È quanto emerge da un’analisi di Coldiretti, sulla base delle rilevazioni della Camera di Commercio di Mantova, presentata in occasione della Fieragricola di Verona, che addossa la colpa della débacle dei prezzi ai prodotti tarocchi. Alla fiera sono state infatti esposte le brutte copie diffuse nei diversi continenti del formaggio Dop più venduto al mondo. Un primato messo a rischio anche dagli accordi di libero scambio con i quali la Ue legalizza, dal Canada al Giappone fino ai Paesi sudamericani del Mercosur, l’agropirateria internazionale che fattura oltre 60 miliardi di euro con i tarocchi dei prodotti alimentari Made in Italy.

Sulle forme di vero Grana Padano Made in Italy – spiega Coldiretti – si fa sempre più violento l’attacco a tenaglia da una parte dei falsi prodotti all’estero e dall’altra delle copie similari prodotte in Italia, tarocchi che rappresentano una vera e propria quinta colonna che mina il mercato interno e deprime le quotazioni, con

un danno che raggiunge il miliardo di euro all’anno.

Una manovra che colpisce una rete di 32mila stalle in Italia che mungono più di 11,5 miliardi di chili di latte all’anno di cui il 40 per cento serve proprio per produrre formaggi a denominazione di origine.
 

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