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Abbiate fede nei ponti di Reggioland

C'è da perfezionare la vista "dei" ponti, quella "dai" ponti c'è già

REGGIO EMILIA  Ogni città ha il suo lato giusto. Cioè il miglior punto di vista dal quale poterla ammirare, comprenderla. Chiamatela visuale. Definitelo panorama. Quello di Reggio Emilia – l’opinione è personalissima – non si esibisce solo dai tornanti che discendono dalle ultime ondulazioni dell’Appennino. Da là si vede la città che si stende e si sperde nella pianura. Effetto poggio, balcone, scorcio da sud verso nord.

E’ da preferire l’orientamento da nord verso sud: il paesaggio urbano che inedite altitudini ci permettono di ammirare dalla pianura. Altezze che prima di dieci anni fa non c’erano. I tre ponti di Calatrava in sequenza esibiscono uno skyline strepitoso.

 Il viaggio in automobile là per aria può trasformarsi in un itinerario paesistico inaspettato, mai visto prima nei secoli dei secoli. Le cupole verdi-azzurre, i campanili e le torri rosse, i tricolori che sventolano, i palazzi di vetro e mattoni, le colline, le montagne.

Ma bisogna essere fortunati meteorologicamente e atmosfericamente per ammirare il profilo della città quando è terso, libero da foschie e polveri, così come ricordava Alessandro Manzoni “Quel Cielo di Lombardia, così bello quand'è bello” (mi si passi il soprassalto regionale, ma per larga parte della storia la città fu chiamata Reggio di Lombardia…).

Per affrontare il tema un po’ di letteratura ci vuole. Se davvero i ponti di Calatrava sono la rappresentazione strutturale e simbolica della contemporaneità di Reggio Emilia, bisogna rispettarli, curarli e promuoverli. Il tema è quello della loro manutenzione, affrontato dalla Gazzetta l’altro ieri: gli archi sono al buio e molte parti sono aggredite dalla ruggine. Il Comune ha prontamente risposto che è imminente il cambio dei punti luce (oltre duemila in tutto, 1.700 sul ponte di mezzo) che per l’occasione approderanno al risparmio rappresentato dal led. E per la ruggine l’amministrazione sta valutando come intervenire.

Non metto in dubbio l’attenzione del municipio nei confronti dei tre manufatti-monumento e l’attenta e puntuale ricerca di un budget per finanziare gli interventi. Propongo (sono propositivo) una presa di coscienza che superi l’ordinario, interpreti i tre ponti per quello che simboleggiano. Essi sono una rappresentazione di ciò che la città ha in mente di essere o diventare: il luogo dell’innovazione, con un’identità tutta nuova. E lo scrivo: con una volontà economica, politica e infrastrutturale egemone in questa porzione di Emilia (e anche di Lombardia meridionale).

I tre ponti, la stazione Mediopadana – il cui nome è un programma strategico – e il comparto produttivo di Mancasale con le sue “porte” sono un tutt’uno. Un po’ di futuro concretizzato e un po’ di Reggioland colorata e immaginata come un parco, blu, rosso, arancione.

Qui serve un impegno dedicato, dunque particolari attenzioni, progetti e risorse economiche mirati. Perché in assenza di una concentrazione specifica a lungo andare i ponti, i rondò, le porte del parco, i parcheggi della stazione dell’Alta Velocità potrebbero rappresentare un problema ordinario. E non più un’opportunità straordinaria.

Sarebbe dunque opportuno che i cittadini e gli amministratori ogni tanto prendessero un giro lungo e percorressero i tre ponti da nord verso sud, dalla Bassa in direzione della città. E lasciando l’acceleratore avessero modo di ammirare da là sopra una Reggio inaspettata, totale, distesa sulla via Emilia, sovrastata dagli Appennini. Dopo la rampa la sorpresa.

E’ una bella e nuova cartolina di appartenenza (per i reggiani) e di benvenuto (per chi arriva da fuori).

Certo, per godere di questa sorpresa serve un ottimo cielo e una visibilità eccellente che però sono circostanze davvero rare. Ecco, invece, i ponti e tutto il resto ci sono sempre. Qui sta il tema. Anzi, l’obbligo di perfezionare la visione “dei” ponti, perché quella “dai” ponti c’è già.

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