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Una diga in Tanzania costruita dai volontari carriola dopo carriola

Straordinaria impresa di tre volontari di San Polo e Canossa: «L’obiettivo: migliorare la qualità della vita di questa gente»

SAN POLO. Muratori, elettricisti, ex dipendenti Enel, pensionati. Tutti volontari. Tra loro c’è chi per ragioni di età e di salute ha dovuto nel frattempo arrendersi e chi, invece, dal 1987 è ancora lì che ogni anno torna in Tanzania e ci resta anche sei mesi. Per costruire una diga e una centrale elettrica iniziata a fine anni ’80 e costruita a forza di braccia e di scarriolate di cemento, che sarà finita entro il 2018.



«Sono serviti 5 milioni di tonnellate di cemento per farla», raccontano Marco Valdesalici, ex dipendente Enel originario di San Polo d’Enza, che dal 1987 fa volontariato in Tanzania, e Giuseppe Tamagnini, ex muratore di Canossa, che dal 1994 ogni anno torna in Africa per far crescere la diga.

Lo stesso viaggio che fa il sampolese Eugenio De Clesis, che dopo aver fatto il volontario dal 2014 e ottenuta la laurea, oggi per l’Ong “Solidarietà e cooperazione senza frontiere” di Bologna si occupa a tempo pieno di logistica, coordinamento e dei rapporti tra diocesi e autorità della Tanzania.

L’ultimo progetto su cui sta lavorando l’Ong è quello di portare l’energia elettrica a circa 50 mila persone che risiedono in una decina di villaggi a circa 1.800 metri di altezza, nella diocesi di Iringa, nel cuore della Tanzania. Un’area ancora senz’acqua corrente e luce. I tre volontari reggiani stanno lavorando alla diga sul fiume Lukosi, all’impianto idroelettrico e alla rete di distribuzione di 60 chilometri che daranno energia a dispensari, scuole, centri agricoli e villaggi.

«Stiamo attivando gli allacciamenti – spiega Valdesalici, appena rientrato in Italia – per distribuire l’energia elettrica a prezzo politico a tutti».



La destinataria del progetto, che ha molto di reggiano, è la diocesi di Iringa. Ad occuparsi della installazione dell’impianto elettrico, della messa in opera e della formazione professionale della manodopera locale, è infatti un'azienda reggiana, mentre l’Ong si è fatta carico dell’esecuzione dei lavori con volontari e manodopera locale, e di trovare i 4,5 milioni di euro necessari per la sua realizzazione. Una volta terminati i lavori, sarà il governo a subentrare.

«Ma il nostro progetto – spiega Eugenio – si chiama pane, acqua, salute, educazione e lavoro, perché è molto attento al dopo. Per questo stiamo preparando un modello di sviluppo sostenibile».

«Volontà, voglia di aiutare gli altri, ma anche il fascino e lo stupore nello scoprire un mondo diverso», come dice Valdesalici, è stata la molla di questo impegno. «Sono rimasto molto colpito, e dopo il primo viaggio sono rientrato in Italia pensando di tornare. E’ diventato il mio impegno, e con me, dal 2005, c’è anche mia moglie».

A Giuseppe Tamagnini, coinvolto nell’avventura dall’amico, è invece rimasta impressa la ciclopica fatica di «fare una diga solo con le carriole e l’aver coinvolto nei lavori una settantina di indigeni, che poi hanno imparato a costruire case».

Nei villaggi oggi convivono capanne con il tetto in paglia e le nuove abitazioni in mattoni e il tetto in lamiera. «Dove ci sentiamo a casa», concludono i tre volontari, che hanno dovuto aguzzare ingegno per affrontare problemi quotidiani in un cantiere che dista quasi 600 chilometri dalla capitale e dove non ci sono pezzi di ricambio.

«Il nostro obiettivo – sintetizza Eugenio – è migliorare la qualità della vita di quelle popolazioni che hanno un’aspettativa di vita che non arriva a 50 anni, e insegnare loro a fare la manutenzione della diga, della centrale e dell’impianto elettrico che cambierà loro la vita». E forse anche a chi fa il volontario.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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