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Ligabue: «In Made in Italy racconto l’amore per il mio Paese»

Sul palco del cinema Adriano, il rocker parla del suo film: «Fare il regista è faticoso ma non potevo più rimandare». E di Reggio Emilia dice: «E' una città bellissima, non me ne andrò mai»

INVIATA A ROMA. Ligabue sale sul palco del cinema Adriano con un sorriso un po’ tirato. Fatta eccezione per la proiezione di Correggio, riservata alla troupe, è la prima volta che qualcuno vede il film, il suo film. Che racconta i suoi posti, il suo dolore, la sua rabbia anche. E soprattutto la sua vita, quella reale e quella che avrebbe potuto essere, se, invece di salire su un palco “urlando contro il cielo”, avesse continuato a lavorare come i suoi amici, come operaio. Come Riko.



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INVIATA A ROMA. Ligabue sale sul palco del cinema Adriano con un sorriso un po’ tirato. Fatta eccezione per la proiezione di Correggio, riservata alla troupe, è la prima volta che qualcuno vede il film, il suo film. Che racconta i suoi posti, il suo dolore, la sua rabbia anche. E soprattutto la sua vita, quella reale e quella che avrebbe potuto essere, se, invece di salire su un palco “urlando contro il cielo”, avesse continuato a lavorare come i suoi amici, come operaio. Come Riko.



Accanto a lui Stefano Accorsi e Kasia Smutniak, bellissimi e sorridenti; e poi, a ventaglio, il resto del cast e i produttori.

Il timore iniziale, comunque, svanisce subito. Una piccola vertigine, poi la gola si schiarisce e iniziano le parole. «Made in Italy è nato come un progetto balordo – Ligabue ride – perché, diciamolo, nel 2017 era del tutto anacronistico fare un concept album. Oggi tutto gira veloce, anche l’ascolto delle canzoni: in un attimo arriva il ritornello e poi via, si passa subito a un altro brano. Chiedere alle persone di ascoltare un album intero per capire una storia era, beh, al limite della presunzione. Però era quello che volevo fare. Così ho chiamato Domenico Procacci, non lo sentivo dai tempi di Radiofreccia, aveva smesso di rispondermi, anzi penso avesse addirittura cambiato numero di cellulare – scherza Ligabue – e gli ho detto: ho un film».

«E come per Radiofreccia – risponde Procacci, rispedendo al mittente la battuta – mi presenta il copione e si siede poco più in là, ad aspettare il responso. Di solito i copioni me li porto a casa, ci lavoro, ci penso. Con Luciano è impossibile, lui aspetta lì».

A proposito di attese... Ligabue perché ci ha fatto aspettare così tanto per un nuovo film? “Da zero a dieci” è del 2002, sedici anni fa. Con “Radiofreccia” torniamo indietro addirittura di vent’anni.

«Fare film – il Liga fa una pausa, in sala il tempo si ferma – è un mestiere faticosissimo. Almeno per me, che sono abituato a fare i conti con le emozioni che fluiscono in tempo reale: io compongo canzoni, le canto, le emozioni escono subito, e dopo poco sono gli altri a cantarle, aggiungendo le loro alle mie. Ai concerti questa cosa è evidente. Fare un film, in qualche modo, è un po’ un progettarle le emozioni. Il regista, in questo caso io, con una serie di pezzettini di pochi secondi deve riuscire a produrre qualcosa di cuore attraverso un processo mentale. Però insomma, per rispondere alla domanda con sincerità, mi sono riavvicinato alla regia perché non avevo più scuse».

In che senso?

«In tutti questi anni mi sono ripetuto che avrei fatto di nuovo film solo con una storia da raccontare. E stavolta la storia ce l’avevo».

In “Made in Italy” i livelli sono due: da una parte una storia d’amore, che sembra naufragare per poi ripartire, dall’altra la storia dell’Italia, che è in difficoltà. C’è possibilità di rinascita per il nostro Paese?

«Credo che l’Italia stia attraversando un momento di profonda incertezza, ma non è importante come la vedo io. Ciò che mi interessa è il sentimento che continuo a provare per lei. Ho iniziato a raccontare questo sentimento dieci anni fa, con “Buonanotte all’Italia”, poi l’ho ripreso in “Sale della terra”. L’intenzione è sempre quella: raccontare il mio amore per il nostro Paese, nonostante i difetti che ha. Nel film si dice che nessun italiano fa le vacanze a Roma, nessun italiano fa la luna di miele in Italia, ed è vero. Eppure concordiamo tutti nel dire che il nostro è il Paese più bello del mondo. Siamo assuefatti dalla sua bellezza e rassegnati al suo malfunzionamento. In “Made in Italy” questo sentimento irrisolto è raccontato attraverso gli occhi di chi ha meno privilegi di me. Riko ha una vita normale, un rapporto molto forte con le radici, con il suo paese e con l’Italia».

“Made in Italy” è un film che lei definisce sentimentale, perché?

«Mi interessava raccontare gli stati d’animo, i sentimenti appunto, di un gruppo di persone normali, per bene, oneste. Persone che di solito non hanno voce. Dal punto di vista drammaturgico è più semplice parlare dei cattivi, di persone straordinarie o di chi è normale ma in un certo momento vive qualcosa di straordinario. Qui di straordinario non c’è nulla. Riko e i suoi amici sono le tipiche brave persone che, per la legge del furiere, sono invisibili: in Italia chi fa il proprio dovere in silenzio, senza urlare, senza clamori, viene schiacciato».

E quindi il finale, che non sveliamo per non rovinare la sorpresa, va letto come una sorta di sconfitta?

«Il finale non è netto, ognuno lo può vivere a modo suo, traendo le conclusioni che vuole. Sicuramente “grossi” segni di speranza ci sono».

Ancora una volta ha girato nella sua terra, nei suoi luoghi. Taglierà mai il cordone ombelicale che la lega a Reggio?

«Vivo a Reggio da un numero ormai inenarrabile di anni e ci vivo bene, non me ne andrò. Nelle mie canzoni, come nei film, parlo di ciò che conosco, dunque la decisione di girare il film “a casa mia” è stata assolutamente naturale».

In “Made in Italy” ci sono bellissime fotografie dell’Italia, ma il ruolo da protagonista lo fa proprio la provincia reggiana. “A casa sua” sapranno riconoscere gli scorci, le piazze, persino i locali. Crede che Reggio possa diventare città cinematografica, al di là delle sue opere?

«Reggio è bellissima. Ha degli scorci, penso a piazza San Prospero ad esempio, davvero straordinari. Credo abbia le caratteristiche per ospitare set e riprese. Ovviamente dipende dalla volontà di chi fa film».

Chissà che dopo “Made in Italy” in città non ci siano altri ciak...

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