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Reggio Emilia, don Achille Melegari lascia la Chiesa e sposa la sua amata

Il parroco di Cella si dimette e accende un faro sui sacerdoti: «A differenza di altri ho scelto di vivere senza sotterfugi»

REGGIO EMILIA. Il suo è un cambio d’abito che porta in seno il seme della rivoluzione personale e sociale. Dall’abito talare di sacerdote, don Achille Melegari passerà all’abito da sposo aprendo una breccia sul mondo della Chiesa reggiana e non solo.

Cinquasette anni, fino a pochi mesi fa parroco dell’unità pastorale di Cella, Cadè e Gaida a Reggio, don Achille ha deciso di lasciare il sacerdozio. Entro un paio di mesi, come riportato nell’albo pretorio del comune, il prete convolerà infatti a nozze con la sua amata, Gerardina Bellassai, 56 anni, originaria di Salerno.

La futura sposa è conosciuta in città per il ruolo di coordinatrice che ha ricoperto nei City Angels di Reggio, gruppo di cittadini volontari che fino al 2010 giravano con basco blu e maglietta rossa dentro e fuori l’esagono per offrire aiuto agli emarginati e a quanti vivono in strada.

Il matrimonio verrà celebrato a Tizzano Val Parma, piccolo comune abbarbicato sulle colline parmensi, ora oggetto delle attenzioni di molti, fedeli reggiani in primis, orfani della loro guida spirituale che ha preso una decisione che ha un riverbero nazionale.

Don Achille ha motivato le sue dimissioni al vescovo Massimo Camisasca, presentandole il 31 maggio scorso, motivate da una crisi pastorale. La Diocesi, però, gli aveva assegnato per volontà del vescovo reggiano la cura della parrocchia di Toano. Lì don Achille doveva celebrare la messa durante le festività.

Al suo posto, a Cella, era intanto arrivato don Giuseppe Davoli. Poi la pubblicazione di matrimonio, che ha reciso definitivamente il legale con la Diocesi. Il vescovo Camisasca ha espresso amarezza per la decisione del parroco (leggi articolo sotto) originario di San Prospero Strinati, apprezzato prete a Cella dove era rimasto dietro l’altare per tre anni dopo una lunga carriera, partita dopo l’ordinazione nel 1991, culminata con la vice direzione dell’ufficio diocesano reggiano.

«Per parecchi anni il mio ministero è stato ricco di stimoli e senza ripensamenti» ha scritto don Achille in una lunga lettera: «Quando poi il mio ministero è stato totalmente dedicato al lavoro nelle parrocchie anche l’impianto istituzionale delle chiese locali mi è sembrato eccessivamente e anacronisticamente sbilanciato in senso giuridico-amministrativo per un parroco». Poi le dimissioni per «stanchezza per il carico di responsabilità e alcune circostanze parrocchiali» con servizio esclusivamente festivo a Toano.

«A questo punto potrei lamentarmi della poca sensibilità che nell’ambiente clericale si presta al confratello in crisi, ma io stesso con qualche altro sacerdote nelle mie condizioni attuali non feci niente di meglio. Evidentemente siamo bravi a predicare e fare la carità verso i “bisognosi” ma siamo poveri di amicizia e di lealtà. È stato in questo tempo di nuova ricerca di un senso che andasse oltre, che il cuore mi ha portato a fare la scelta, non compatibile con l’abito sacerdotale, di amare una donna. Avrei potuto continuare a stare all’altare la domenica e nei giorni feriali vivere more uxorio, come qualcuno fa, ma ho preferito chiedere al vescovo di essere sospeso dal ministero e percorrere senza sotterfugi il cammino necessario a vivere come Dio comanda».