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Aemilia, ora politica e catasto ai raggi x

Aemilia, ora politica e catasto ai raggi x

Radicamento del clan: la Corte sentirà Scalzulli, Corradini e Ciconte. «No» alla sfilata dei sindaci su lottizzazioni sospette

REGGIO EMILIA. Non vi sarà un processo nel processo. La Corte – con un’ordinanza – ha ieri respinto le richieste dei difensori di far deporre una cinquantina di persone come conseguenza della deposizione-fiume del pentito Antonio Valerio.

Richieste a controprova bollate – codice alla mano – come “inammissibili” dai tre giudici che, in soldoni, le ritengono irrilevanti, superflue, fuori tema rispetto al maxi processo.

Quindi non vi sarà la “sfilata” a deporre di nomi eccellenti che le difese hanno tirato in ballo sulla scia di quanto detto dal collaboratore di giustizia relativamente a favoritismi che vi sarebbero stati fra pubblica amministrazione e costruttori calabresi in odore di ’ndrangheta. Due le vicende più delicate illustrate da Valerio. In primis l’intervento urbanistico del primo decennio Duemila a Pieve Modolena su cui avrebbero dovuto fornire chiarimenti gli ex sindaci Antonella Spaggiari e Graziano Delrio, l’ex assessore all’urbanistica Ugo Ferrari, Maria Sergio (la moglie dell’attuale sindaco Luca Vecchi è stata dirigente all’urbanistica del Comune di Reggio) e Guido Ligabue (pure lui ex dirigente all’urbanistica in municipio a Reggio). In seconda battuta le aree rese edificabili a Prato di Correggio (2006-2008) e su cui avrebbero dovuto deporre l’ex sindaco Claudio Ferrari, di Fausto Armani (ex dirigente dell’area tecnica in Comune a Correggio) e di don Evandro Gherardi (ai tempi parroco di Fosdondo). Ma se non se parlerà più nell’aula-bunker, non è detto che queste rivelazioni di Valerio non inneschino nuove indagini della Procura di Reggio Emilia (per il pm Marco Mescolini le due vicende possono configurare “reati comuni” su cui indagare) oppure della Dda di Bologna nel caso vengano sospettati risvolti mafiosi nei favoritismi indicati dal pentito.

L’udienza di fine-anno ha comunque “regalato” sul finire una sorpresa. La Corte, infatti, intende sentire alla ripresa dei lavori (l’11 gennaio) tre persone citate più volte in aula. Deposizioni che i giudici ritengono importanti per la ricostruzione di quel periodo storico di Reggio Emilia al centro del maxiprocesso (dal 2004 in avanti) e che per l’accusa ha portato ad un forte radicamento della ’ndrangheta. Il lato urbanistico verrà affrontato con Potito Scalzulli: l’ex dirigente del Catasto di Reggio Emilia ha presentato prima una serie di esposti, poi di recente ha depositato un dossier quando è stato sentito in Commissione antimafia, ipotizzando un sistema-catasto frutto di «illeciti di natura amministrativa e/o penale in essere e/o accaduti nel passato e riconducibili a fenomeni di disordini amministrativi quali aver favorito evasione fiscale, perpetrato ingenti danni erariali, perseguito favoritismi in politica di gestione del personale e lasciato correre sprechi di risorse pubbliche». Mentre la decisione dei giudici di far deporre Franco Corradini (ex assessore comunale alla Legalità)
ed Enzo Ciconte (fra i massimi esperti di criminalità organizzata, con i suoi studi divenuto consulente del Comune di Reggio Emilia) appare più tesa a far luce sulla consapevolezza dei politici reggiani relativamente alle dinamiche ’ndranghetistiche.

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