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Nuove pietre d’inciampo per i martiri

Fra poche settimane saranno collocate a Guastalla, Toano e Sant’Ilario in memoria di reggiani vittime del nazi-fascismo

REGGIO EMILIA. Storie di partigiani, storie di soldati, storie di contadini e di schiavi. Storie di reggiani morti a migliaia di chilometri da casa, senza che i loro parenti sapessero più niente di loro. Storie in cui d’ora in poi, ancora una volta, sarà possibile inciampare. Il 12 e il 13 gennaio l’istituto storico Istoreco ha in programma nel territorio reggiano – a Guastalla, Sant’Ilario, Cerredolo e Corneto di Toano – la posa di quindici nuove pietre di inciampo, il monumento collettivo nato ormai più di vent’anni fa come omaggio alle vittime del nazismo. Si tratta di piccoli cubi di ottone sistemati a terra, con una sporgenza in cui chi cammina può finire per inciampare, che ricordano, nell’ultimo luogo in cui hanno vissuto libere, persone morte durante il secondo conflitto mondiale. Un monumento diffuso oggi ben presente in Europa, dove sono già state sistemate oltre 61mila pietre in ventidue nazioni. La posa viene sempre curata direttamente dall’ideatore del progetto, l’artista tedesco Gunter Demnig, che anche nel 2018 tornerà a Reggio per sistemare i cubi dedicati a quindici reggiani. Con queste pose il numero di pietre di inciampo nella nostra provincia salirà a cinquanta, grazie al percorso iniziato nel 2015 da Istoreco con il coinvolgimento dei Comuni di residenza dei ricordati, dei parenti e soprattutto delle scuole superiori.

Il cammino delle pietre d’inciampo è una parte della proposta che ogni anno si affianca al viaggio della memoria di Istoreco, un’iniziativa ormai ben consolidata che nel 2018 tocca la ventesima edizione accompagnando in visita al complesso di Auschwitz/Birkenau oltre mille e cento studenti. Come negli anni precedenti, anche in questa occasione alcune delle classi partecipanti in questi mesi hanno fatto parte dei gruppi di ricerca che ricostruiscono le vite delle persone omaggiate. Le ragazze e i ragazzi hanno quindi partecipato agli incontri e ai lavori preparatori per riscoprire le vite e le morti di loro conterranei (e spesso loro coetanei o quasi) morti più di settant’anni fa nei cupi anni del nazismo, del fascismo e della guerra. Morti italiani, uccisi dalla fame, dalle armi naziste e – non va dimenticato – anche dalla complicità di altri italiani: discorso valido che si parli di ebrei deportati dopo le leggi razziali, di partigiani catturati, di soldati traditi dopo il caos seguito all’8 settembre.

Dal 2015 le pietre d’inciampo ricordano donne e uomini di Reggio e provincia e i loro destini, diversi se non nell’esito. Da ebrei deportati ad Auschwitz ad altri morti in latitanza per assenza di cure, da giovani catturati e portati in Germania per essere usati come schiavi, a soldati che dopo l’8 settembre non si unirono a nazisti e fascisti. E per questo vennero a propria volta imprigionati e trattati come schiavi al servizio dell’industria bellica tedesca.

Il gruppo più numeroso dei deportati reggiani e dei reggiani morti nei campi di lavoro, campi di concentramento o campi di sterminio è quello degli Imi, i militari italiani internati dopo l’armistizio. Ma dalla provincia reggiana sono stati deportati centinaia di cittadini. Quattrocento non sono mai tornati a casa. Il lavoro di memoria è ancora lungo, e il momento pubblico della sistemazione delle pietre è anche un momento di presa di coscienza, di presa di posizione, e di riconoscimento nei confronti di un vicino di casa portato via.

Il 2018 raccoglie tre filoni. Nella mattinata di venerdì 12 a Guastalla verranno posate le pietre in ricordo di Gildo Cani, Alfonso Cattania, Aldo Giuseppe Munari e Guido Riva. Quattro soldati (il più vecchio aveva 29 anni) catturati fra l’8 e il 9 settembre 1943 nei luoghi dove prestavano servizio e deportati in campi tedeschi, a Kiel, a Grillenberg Berndorf Stammlager, a Broicher Mühle e Colonia, dove sono morti nelle circostanze più disparate. Munari, ad esempio, è stato ucciso da un’esplosione durante un bombardamento mentre cercava di salvare una donna.

Nel pomeriggio del 12 gennaio si salirà a Toano per le quattro pietre di Renzo Montecroci, Celso Ruffaldi, Domenico Beniamino Debbia e Agostino Ibatici. Qui si torna a una storia nota, quella dell’enorme rastrellamento della primavera 1944 nella montagna reggiana in cui centinaia di giovani vennero presi per essere sfruttati come forza lavoro a Kahla, dove si producevano componenti militari. Tantissimi montanari morirono, e fra loro Ruffaldi, Debbia e Ibatici, originari di Corneto. Renzo Montecroci, nato a Corneto, era invece un militare catturato sul Brennero nei giorni dell’armistizio e portato ad Amburgo. Le storie di Toano sono storie di famiglie. È stato Fabrizio Montecroci, pronipote di Renzo, a fornire materiale per il suo parente, mentre il figlio di Debbia – per decenni funzionario dell’anagrafe toanese – ha garantito un contributo decisivo per ricostruire le altre vicende.

Sabato 13 alle 9 si passa a Sant’Ilario per le altre sette pietre, dedicate a Carlo Braglia, Remo Bertani, Aronne Maccari, Rolando Rosi, Bruno Veloci, Aronne Oliva e Bruno Magnani. Erano partigiani attivi in val d’Enza. Dieci componenti del loro gruppo vennero catturati dai nazisti nel novembre 1944. Uno dei ragazzi morì durante l’interrogatorio a Parma, gli altri nove finiscono a Mauthausen. Dal campo austriaco tornano vivi
in quattro, ma uno di loro, Braglia, morirà nel 1946 per le conseguenze della prigionia. I tre sopravvissuti, fondamentali portatori di memoria, sono Walter Fabbi, Arnaldo Bocconi e Piero Iotti, uno dei più grandi testimoni, padre ideale dei Viaggi della Memoria scomparso pochi anni fa.

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