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Voti e usura nella deposizione del pentito

Voti e usura nella deposizione del pentito

Per Muto il clan si mobilitò per Vecchi per poter poi chiedere favori. Il giudice: «Ma non c’è traccia»

REGGIO EMILIA. Le elezioni amministrative reggiane del 2014 ancora al centro della deposizione del pentito Salvatore Muto al processo Aemilia

Ieri il collaboratore, rispondendo alle domande del giudice Francesco Caruso, ha ribadito che Eugenio Sergio avrebbe chiesto a Francesco Lamanna, referente dell’associazione mafiosa a Cremona e Mantova, di raccogliere voti a favore del sindaco Luca Vecchi.

Il presidente del collegio ha rivolto una serie di domande a Muto su come funziona il sistema dei favori tra mafiosi e in generale se esiste una regola di reciproco aiuto tra persone originarie di Cutro. Dal momento che Muto ha detto che ci sono anche persone cutresi inavvicinabili, Caruso ha dunque chiesto: «Lei ha detto della moglie del sindaco, in che senso il marito della cugina (cioè il sindaco, ndr) poteva essere utile anche senza alcun rapporto diretto, se appartiene a questa altra categoria di persone inavvicinabili come ha detto lei?».

La risposta del collaboratore: «I voti li avevi chiesti Sergio Eugenio». Muto non sa però se qualcuno avesse affidato a Eugenio Sergio questo computo. «Non so perché ha chiesto di raccogliere i voti, evidentemente avrà avuto modo di discutere con la moglie». A questo punto il giudice ha fermato il collaboratore perché stava facendo ipotesi: «Non voglio farle fare delle congetture». Il cutrese ha replicato: «Però è stato chiesto, non è che è non è stato chiesto».

Per il pentito lo scopo della raccolta dei voti, pare di capire, sarebbe stata quella di avere una specie di credito da potersi giocare in caso di bisogno. «Se Lamanna aveva bisogno, doveva chiedere, poteva sfruttare l’amicizia, si rivolgeva a Sergio Eugenio, non andava mica dal sindaco che non lo conosceva». A questo punto il giudice ha interrotto il ragionamento ipotetico. «Questo però non è accaduto, non ci sono tracce».

Sempre a proposito del sistema dei favori Muto ha detto che tra gli associati c’erano una regola da rispettare. «Quando chiedi qualcosa a uno dei nostri difficilmente si può rifiutare». Altrimenti la sua reputazione nell’associazione ne risente e si corre il rischio di essere messi al bando, «scuoiato» per dirla con Lamanna.«Quando invece si chiedeva a persone esterne si faceva pesare che se l’indomani avessero avuto bisogno avrebbero trovato le porte chiuse «perché oggi mi hai negato un favore». E soprattutto c’era il potere intimidatorio, che si esercita anche senza minacce esplicite. «Non erano stupidi, se mi dici di no sai già consapevole che ti posso bruciare una macchina, un tetto, rubare gli attrezzi». Alcuni dopo il primo favore si tiravano indietro, mentre altri chiedevano di entrare nella cosca. «Non parlo solo di cutresi, ma anche di reggiani e cremonesi, ce ne sono tanti di collusi».

Il pentito però precisa che non tutti si piegano. «C’erano personaggi venuti da Cutro che non volevano aveva niente a che fare con gli altri paesani». Persone alle quali i favori non vanno chiesti perché i favori si chiedono prima di tutto se «a monte c’è amicizia, parentela, conoscenza, se non hai motivo di avvicinare una persona è controproducente, avvicinare una persona che non conosci…magari non capiva nemmeno cosa gli stavi chiedendo. Una piccola percentuale, ma c’erano anche questi personaggi».

Rispondendo alle domande del giudice, Muto è tornato su vari aspetti della sua deposizione. A proposito dell’imprenditore Carlo Rizzo, poi fallito, ha detto: «Aveva preso soldi a usura, fu portato all’esasperazione, i debiti furono riportati anche gli anni avanti con i fratelli». Il presidente Caruso ha chiesto al pentito, mentre parlava delle associazioni
culturali calabresi che a suo dire sarebbero un paravento per le cosche, se avesse mai sentito parlare dell’Aier. «No, Antonio Gualtieri e Francesco Lamanna dicevano solo che avevano un raggruppamento di imprese, un consorzio per dei lavori, dei lavori grossi». (j.d.p.)

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