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Truffa da due milioni di euro allo Stato

Truffa da due milioni di euro allo Stato

Le rivelazioni di Valerio e Muto “spingono” ora un’inchiesta della Finanza e della Dda. Spunta anche una sentenza falsa

REGGIO EMILIA. La sterzata è arrivata dalle rivelazioni dei pentiti Antonio Valerio e Salvatore Muto, quindi nell’aula-bunker dove si sta svolgendo da quasi due anni il maxi processo Aemilia è praticamente “esploso”quello che ormai in udienza viene sistematicamente identificato come affare Oppido e c’è da rimanere a bocca aperta per le tante sfaccettature di questa storia confluita in un’inchiesta della Finanza di Modena (il titolare del fascicolo è il pm Marco Imperato) su cui ora c’è anche parecchia attenzione da parte della Dda di Bologna.

IL MAXI BONIFICO. Sollecitato dal collegio giudicante è il pm Beatrice Ronchi ad inquadrare quest’incredibile vicenda: « La Guardia di finanza di Modena stava facendo un approfondimento su una somma di due milioni di euro segnalata dal sistema bancario come operazione sospetta. In questo contesto cercano di ricostruire dove sono andati i soldi una volta che erano finiti nel conto corrente della società di Domenico Oppido. La cifra – sottolinea il pm – ha preso varie strade, una parte se l’è tenuta Oppido ed è stata investita anche all’estero».

LA FALSIFICAZIONE. Una sorta di “prologo” per iniziare ad entrare nei meandri di questa vicenda da cui – fra intercettazioni e ammissioni dei due collaboratori di giustizia – spunta una sentenza «totalmente falsa» del tribunale di Napoli (ha spiegato l’appuntato dei carabinieri Serafino Presta, mostrando quella autentica e quella falsificata) con cui vengono “spillati” ben due milioni di euro al ministero dell’Economia e delle Finanze.

Un falso che lascia intendere il coinvolgimento di colletti bianchi, una truffa allo Stato davvero ben congegnata. Un bonifico che una volta emesso («Lo Stato ha pagato») farà gola a molti. «La Finanza stava facendo una indagine sua – aggiunge il pm Ronchi – ma non aveva la visione complessiva della vicenda che abbiamo potuto comprendere nel momento che ci sono stati i collaboratori. Il punto di incrocio è stata la ricerca di questo bonifico che ci ha portato a capire chi era la polizia giudiziaria che stava seguendo la cosa che non poteva capire».

Poi il magistrato inquirente, su richiesta della Corte, fa i nomi di due indagati: Domenico Oppido e Marco Pasquale. Il primo è un costruttore cutrese che vive nel Reggiano, il secondo è un professionista con vari studi (a partire da quello di Reggio Emilia).

LA CONSORTERIA. E secondo i due pentiti di Aemilia dietro a questo sostanzioso affare vi sono altre figure professionali, ma anche il clan, con tanto di “sgarbi” fra esponenti di primo piano della cosca con epicentro a Reggio Emilia.

Spuntano
riunioni a raffica, cene, soldi spariti, tradimenti, minacce di morte, botte: il tutto in odore di ’ndrangheta. Insomma, un’intricata storia che forse solo ora comincia davvero ad entrare nel vivo dal punto di vista investigativo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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