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«I nuovi capi? Nominati da chi è in cella»

«I nuovi capi? Nominati da chi è in cella»

Il pentito Muto svela come è avvenuta la successione. I cutresi e l’edilizia: «Lì sempre più reggiani sapevano della cosca»

REGGIO EMILIA. Per il pentito Salvatore Muto c’è un filo ben spesso – a Reggio Emilia – che lega il clan alla comunità cutrese, ma col tempo sono arrivati anche gli agganci reggiani, cioè al tessuto sociale. È uno dei passaggi più interessanti della deposizione del collaboratore di giustizia che ieri mattina ha risposto – in videoconferenza dalla località segreta in cui si trova – alla raffica di domande poste dalla Corte attraverso il presidente Francesco Caruso.

NEL TESSUTO SOCIALE. «Su Reggio Emilia siamo in ventimila (l’allusione è agli emigrati da Cutro, ndr) e fra paesani ci si conosce tutti, operando in gran parte nell’edilizia. Dentro alla comunità sanno e conoscono i personaggi storici del clan, chi li evita lo fa perché consapevole del loro ruolo, oppure pur sapendo collaborano perché ne traggono un vantaggio. Comunque i cutresi si assoggettano e nessuno denuncia perché il clan mette timore».

Una presenza mafiosa ben percepita e non solo dai calabresi: «La base cutrese si è pian piano allargata, anche napoletani e foggiani, per esempio, devono parlare con noi. I reggiani conoscono bene i cutresi – rimarca Muto – e sono sempre di più quelli in contatto perché a Reggio Emilia la nostra comunità è presente al 90% nell’economia che gira attorno all’edilizia».

IL “SATELLITE”. A questo punto, sempre sulla scia delle domande del presidente Caruso, il pentito entra nelle pieghe dell’associazione mafiosa con epicentro a Reggio Emilia, descritta come una sorta di “satellite” autonomo, più moderno e meno legato ai riti di un tempo, ma che è nell’orbita del potere marchiato Nicolino Grande Aracri: «Il clan ha diverse articolazioni – spiega il pentito – gruppi che si trovano e nel caso lavorano tutti insieme. Reggio Emilia fa capo ai fratelli Sarcone, Parma ad Alfonso Diletto, Cremona a Francesco Lamanna. Sono i vertici che decidono chi fa parte del clan. La ritualizzazione non è più necessaria, contano di più la presentazione di chi è ai vertici e i trascorsi ’ndranghetistici. E il clan, pur autonomo, è legato a Grande Aracri che in Calabria ha sempre più potere, non solo nel Crotonese ma anche nel Catanzarese: su questi territori quelli di Reggio Calabria devono fare riferimento a Nicolino. Anche se uno della cosca di Reggio Calabria si presenta a Reggio Emilia, già la conosce come zona riferita a Grande Aracri ».

NUOVE NOMINE. Poi il riferimento all’oggi, al dopo-Aemilia, ad una sorta di “commissione” che decide a chi affidare il comando ’ndranghetistico in loco. Tutto parte da una domanda – in astratto – su come si diventa un nuovo Lamanna, cioè un nuove vertice. Una domanda peraltro molto attuale visto che la persona citata come esempio è considerata dagli inquirenti e dallo stesso pentito il capo a Cremona, ma dal gennaio 2015 è in carcere, inoltre ha incassato dure condanne sia nell’appello di Aemilia che nel processo Pesci. «Non è che dal niente uno diventa un capo – entra nel merito Muto – ma deve aver operato nell’associazione mafiosa, avere dei meriti. Per avere quel riconoscimento viene fatta una convocazione, attorno a questo tavolo si riuniscono Sarcone, Diletto, Grande Aracri. Sono ora tutti in carcere? I sostituti arrivano ma su loro indicazione».

LEGAMI FAMILIARI. Dopo aver parlato di “investiture”, di “curriculum” criminale e di “marchio” legato al potere mafioso dei Grande Aracri, il collaboratore di giustizia viene portato a parlare del peso dei rapporti familiari nel clan: «Oggigiorno ognuno può prendere la strada che vuole. Una volta il capofamiglia ’ndranghetista doveva mettere il figlio come successore. Ora non è più così. Come non esiste più sposarsi fra famiglie del clan. Certo, se uno ha come biglietto da visita l’avere un familiare dentro alla cosca, ne può trarre vantaggio, è una buona presentazione. Far battezzare
i propri figli da uomini del clan? Può avere sempre un’utilità, nel caso tu abbia bisogno... Ma battesimi o riti una volta erano la norma, c’è chi lo faceva per stringere amicizie, legami. Adesso – conclude Muto – non necessariamente deve essere fatto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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