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Iaquinta contro Muto «Pressioni ai club?  Infanga mio figlio!»

Iaquinta contro Muto «Pressioni ai club? Infanga mio figlio!»

Caruso blocca subito lo sfogo: «Non si minaccia in aula»  Il pentito conferma i progetti mafiosi su Juventus e Udinese 

REGGIO EMILIA. Con l’entrata nel vivo delle domande degli avvocati difensori legate al controinterrogatorio al pentito Salvatore Muto, l’aria si fa sempre più pesante al maxi processo Aemilia ed esplodono momenti di autentica bagarre.

L’avvocato Carlo Taormina – che tutela padre e figlio Iaquinta – ha insistito molto su quanto il collaboratore di giustizia ha già dichiarato ai due pm, cioè che la ’ndrangheta avrebbe fatto delle pressioni sulle società calcistiche Juventus – subito abortite – e Udinese per far giocare Vincenzo Iaquinta che con quelle squadre (prima nel 2005 e poi nel 2012) rimaneva in panchina. In videoconferenza Muto ha risposto deciso: «Per quanto concerne la Juventus si era pensato di contattare dei nostri amici ’ndranghetisti di Torino per trovare una soluzione, ma il seguito non lo so, penso che non si sia fatto nulla. Invece venne mandata una persona, Rosario Porchia nipote di Ernesto Grande Aracri che era al corrente, a minacciare il presidente dell’Udinese e si è risolto il problema». Parole che fanno scattare un sempre più imbufalito Giuseppe Iaquinta: «Questo signore lo conosco di vista – quasi urla nelle dichiarazioni spontanee – e non ho idea di cosa stia parlando, ma non si permetta di infangare la carriera di mio figlio che è stato campione del mondo!». Un’uscita che non piace per nulla a chi presiede la Corte: «Non minacci in aula – lo redarguisce Francesco Caruso – non si deve permettere». Su quanto detto da Muto l’Udinese ha già replicato nei giorni scorsi: «Le dichiarazioni apparse sulla stampa in merito alla cessione nel 2007 del giocatore Vincenzo Iaquinta sono destituite di ogni fondamento. Udinese Calcio rigetta qualsiasi affermazione apparsa sui media che rimandi a possibili pressioni ricevute in merito alla cessione di propri giocatori».

In precedenza, in aula Muto ha descritto Iaquinta senior come «un partecipe della nostra associazione che per qualsiasi affare o problema si rivolgeva ai sodali». L’ha anche descritto come talmente ben inserito nel redditizio sistema delle false fatturazioni «che si poteva permettere di mantenere due-tre famiglie, come accadeva anche ad altri affiliati».

Poi il lunghissimo e chirurgico controesame da parte dell’avvocato Gregorio Viscomi (difensore di Pasquale Brescia) che a metà pomeriggio arriva a chiedere al pentito Muto se la moglie (Maria Sergio) del sindaco di Reggio Emilia avesse conosciuto il suo assistito. Il collaboratore di giustizia risponde di no, come del resto aveva già fatto nell’interrogatorio dell’11 ottobre scorso replicando
ad una precisa domanda del pm Marco Mescolini. Quest’ultima domanda del magistrato però non la ricorda e il difensore gliela contesta. A quel punto è Muto ad inalberarsi: «Vuole farmi cadere in un trabocchetto, se lo sapevo l’avrei detto!».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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