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I pentiti richiamano la politica a processo

C’è lo spettro di condanne alte e gli imputati ora puntano sui favoritismi tirando in ballo lottizzazioni, voti e parentele

REGGIO EMILIA . Antonio Valerio ha voluto accendere un faro sulla maxi lottizzazione di Pieve Modolena e a Prato di Correggio. Salvatore Muto ha cercato di andare anche più in profondità, parlando di voti dirottati per le elezioni comunali a Reggio. Senza scordare i discorsi lasciati a metà da Pasquale Brescia, che si sarebbe morso la lingua più volte in carcere quando si trattava di parlare di edilizia e politica locale. Sono le flebili tracce lasciate durante le lunghe deposizioni dai due collaboratori di giustizia del processo Aemilia, Valerio e Muto, uomini al soldo della ’ndrangheta cutrese in Emilia, che hanno voluto riportare i riflettori sulla zona grigia, quella che collegherebbe alcuni imputati con la politica e l’amministrazione locale.

L’idea di fondo è che alcuni imputati vogliano spostare l’attenzione sulla politica locale in un processo sulla ’ndrangheta che si sta arricchendo di reati e fatti di sangue, spargendo così le responsabilità dell’infiltrazione su più ampia scala. Il bersaglio è ora il sindaco Luca Vecchi, che sconta l’origine cutrese della moglie, Maria Sergio, ex dirigente comunale a Reggio, tirata in ballo ogni tre per due.

IL SOSPETTO SU PIEVE. Valerio ha messo nel mirino i cambi di destinazione d’uso a Pieve Modolena, il grande quartiere emblema del boom edilizio reggiano. Per questo gli avvocati degli imputati Pasquale Brescia e di Gianluigi Sarcone hanno chiesto di sentire - o risentire - diversi amministratori. Parliamo degli ex sindaci Antonella Spaggiari e Graziano Delrio, l’ex assessore all’urbanistica Ugo Ferrari, Maria Sergio (la moglie dell’attuale sindaco Luca Vecchi è stata dirigente all’urbanistica del Comune di Reggio) e Guido Ligabue (pure lui ex dirigente all’urbanistica in municipio a Reggio). Pieve era l’emblema di un piano regolatore espansivo soprattutto nelle frazioni, che portò più braccia che cervelli in città e alimentò la sacca dell’invenduto. Lì furono sequestrati appartamenti anche al boss Nicolino Sarcone, che aveva costruito in zona.

GLI AFFARI DI BRESCIA. Valerio ha parlato poi in aula di aree edificabili a Prato di Correggio, tirando in ballo la famiglia Brescia (che comprò i terreni fra il 2006 e il 2008) e il Comune di Correggio, concludendo il suo discorso con una frase sibillina: «La procedura urbanistica tecnicamente si può, soprattutto se c’è il tecnico all’urbanistica che piglia il quibus». Sull’episodio correggese è stata chiesta la deposizione dell’ex sindaco Claudio Ferrari, di Fausto Armani (ex dirigente dell’area tecnica in Comune a Correggio) e di don Evandro Gherardi (ai tempi parroco di Fosdondo). Qui come per Pieve è già stata tirata una riga dal pm del processo, Marco Mescolini, che ha detto alla Corte che si tratta di vicende non rientranti nelle accuse di Aemilia, bensì configurabili come «un reato comune» i cui atti «potranno eventualmente essere trasmessi alla Procura di Reggio Emilia», che nel giro di poche settimane significherebbe poi a se stesso, essendo ormai ad un passo dal diventare capo della nostra procura.

I VOTI E I RICATTI. L’anima più scottante sono la ricattabilità e i voti che Muto dice essere stati diretti a Reggio Emilia nel 2014, proprio per il sindaco Pd Vecchi.

«Seppi da Francesco Lamanna che durante un incontro Eugenio Sergio (imputato di Aemilia, ndr), gli chiese una mano per raccogliere voti a Reggio per Vecchi
dicendogli “se riusciremo a far vincere il marito di mia cugina Maria, riusciremo ad avere dei benefici”». Muto, al pari di Valerio, parla poi della famosa lettera inviata da Brescia a Vecchi, spedita come avvertimento.

Enrico Lorenzo Tidona

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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